AFGHANISTAN . LA POSTA IN GIOCO. ENRICO DE MAIO – COMITATO STRATEGICO IPALMO

Le motivazioni profonde dell’intervento occidentale

Forse i talibani sarebbero ancora i padroni dell’Afghanistan se non vi fosse stato il  risolutivo intervento degli americani nell’autunno dopo l’11 settembre 2001. Il popolo afgano resterà eternamente grato a Washington per averlo liberato da una così grande
iattura (così come il popolo europeo liberato dall minaccia nazista durante la seconda  guerra mondiale).

Pur tuttavia la politica estera di qualsiasi Paese(anche di uno come gli Stati Uniti che hanno fondato il multilateralismo col Presidente Wilson , il quale creò alla fine della World War II the Society of Nations, poi diventata ONU) è per definizione motivata da
considerazioni e scopi egoistici. E’ sempre stato cosi, anche se si è dovuto attendere Machiavelli per la teorizzazione. Nessun Paese entra in un guerra e manda a morire i suoi  figli se non ha degli unberable dangers da neutralizzare o dei vantaggi da trarre.

Cosi tornando all’esempio americano (ma ciò è vero per tutti i Paesi) l’intervento USA  contro Hitler fu per salvare l’Europa , ma al contempo per preservarsi dal pericolo mortale di un nazismo dominante nell’Eurasia e potenzialmente nel mondo.

Così, per tornare a noi, la motivazione dell’intervento americano dopo le twin towers non è stata tanto quella di liberare un paese amico dai Talibani (dominavano l’Afghanistan già da quasi un lustro e nessuno si era mosso) , ma è stata una sacrosanta reazione all’11 Settembre ed il primo robusto gesto di un lotta senza quartiere al terrorismo, che aveva ferito come mai accaduto prima il cuore dell’America ed il centro del mondo occidentale. Questo era ed è il mandato di Enduring Freedom. La Coalizione, la NATO il sostegno politico ed economico all’Afghanistan e la prosperità del suo popolo sono conseguenze e corollari, meritori e benvenuti, ma non necessariamente la causa profonda .

Ad essa si connettono priorità politiche tanto importanti per quanto inconfessate,ma ben chiare agli osservatori piu attenti:

  • esportazione della democrazia nel bel mezzo di Paesi autocratici (da quelli centroasiatici a i paesi del Golfo, dall’Iran al Pakistan, dalla Russia fino ancora alla Cina) ;
  • una base militare in un paese di grande importanza geostrategica alle costole dell’Iran e/o degli ex Paesi satelliti della Russia ;
  • nuova linfa vitale alla nato obsolescente con un successful outreach, prodromo di altri analoghi in altre parti del mondo (potenzialmente la NATO – controllata da Washinghton – come sentinella nel mondo).

Queste sono verosimilmente le priorità degli americani. Sono esse condivisibili? Alcune forse si da parte dell’Occidente ed in particolare dei paesi NATO. Certamente no da parte delle Potenze Regionali. Pertanto queste contrastano –apertamente o di nascosto ma con molta determinazione – gli sforzi USA e NATO.

Il risultato di tutto ciò è lo stallo che viviamo ormai da un lustro. La unica via di uscita è studiare e capire le cause profonde ed i differenti obbiettivi di tutte le parti coinvolte. Si sarà cosi in condizione di agire con intelligente determinazione al fine di trovare una
soluzione che accontenti nel limite del possibile tutti quanti, sia i paesi più presenti e presenzialisti sia quelli meno presenti e più discreti, ma non per questo meno importanti e determinanti.

Un Afghanistan destabilizzato:chi può trarne profitto

Tentiamo una brevissima sinossi dei possibili obiettivi di alcuni importanti Paesi:

Pakistan: destabilizza l’Afghanistan fors’anche per paura che una volta pacificato gli sia nemico,che lo accerchi alleandosi coll’India. Non sapendo bene cosa fare continua ad esportare i terroristi, di cui ha una inesauribile fucina nelle sue madrasse; anche nel
quadro della crociata sunnita contro la apostasia sciita-iraniana presente in afghanistan.

Russia: non aiuta i talibani pashtuns e continua ad appoggiare i panshiri, ben memori del suo appoggio contro l’avanzata dei talibani. La Russia ha paura di un Afghanistan pacifico e democratico che:

  • influenzi negativamente i paesi centroasiatici e che i Quisling che hanno lì messo al potere siano cacciati ;
  • attragga verso sud pipelines e scambi commerciali, che preferisce mantenere lontani dal mare caldo (tanto agognato nel passato quanto ormai definitivamente perduto);
  • dia una base militare agli americani.

Arabia Saudita: spera di cambiare l’anima hanafita e fondamentalmente sufista degli afgani a favore di una deobandista (vedi sopra Pakistan)

Iran: potrebbe forse preferire un Afghanistan instabile cosicchè gli USA, già  intrappolati in Iraq, non pensino di attaccarlo.

India: un fronte occidentale aperto per il Pakistan certamente fa il suo gioco,distrarre cioè Islamabad dal versante orientale ( Kashmir), dove si riverserebbero i fanatici islamici se l’Afghanistan si pacificasse.

USA: finchè l’Afghanistan resterà instabile essi avranno la giustificazione di restare nell’area e di minacciare l’Iran (flexe the muscles).

Ricordato che la NATO ha trovato l’elisir di nuova vita nell’outreach in Aghanistan, si può, per concludere, comprendere come, in una visione cinicamente machiavellica dei giochi politici dei vari stakeholders, la continuazione dell’instabilità in Afghanistan possa
in qualche modo fare il gioco di molti.

Un Afghanistan stabile: chi potrebbe trarre profitto dalla pace

Tentiamo una possibile sinossi dei possibili interessi di alcuni importanti paesi :

Pakistan: la terra che è stata dei talibani per un lustro, potrebbe diventare moderata e di buon esempio alle North-west provinces e ai FATA. La interferenza dell’ISI si ridimensionerebbe e si dedicherebbe alla causa ben più valida del Kashmir. La macchia che offusca internazionalmente l’immagine del Paese che ha aiutato i talibani potrebbe diradarsi.Il contoverso Zardari potrebbe dare lustro ad una presidenza conquistata grazie al martirio della moglie, B. Bhutto. Il commercio potrebbe fiorire tra i due paesi. Le pipelines passare per l’Afghanistan ed arrivare a Gowar, portando ricchezza al paese ed in particolare al turbolento Baluchistan.

Russia: se scoppiasse la pace, USA e NATO dovrebbero andarsene dall’Afghanistan. Un Governo con panshiri in posizione di potere potrebbe non essergli nemico. La Russia è piazzata meglio di ogni altro per sfruttare le ricchezze del sottosuolo afgano, che ben
conosce dopo dieci anni di occupazione.

Arabia Saudita: anch’essa ha una macchia simile a quella del Pakistan : aver aiutato i finanziariamente i talibani e forse anche Bin Laden. Tale macchia potrebbe essere cancellata ed i Paesi del Golfo potrebbero beneficiare dei nuovi commerci.

Iran: come la Russia, vedrebbe allontanarsi la minaccia degli USA e della NATO. Quanto alle ricchezze minerarie ve ne sono molte nelle terre degli Hazara shiiti. L’apertura delle pipelines in Afghanistan sarebbe uno sviluppo estremamente positivo per Teheran.

India: il paese più apprezzato oggi dall’Afghanistan potrebbe approfittare della pace per stabilire forti relazioni economiche. Inoltre potrebbe mantenere i suoi consolati in funzione antipakistana.

USA: potrebbero finalmente celebrare una vittoria in politica estera dove hanno collezionato una serie di fallimenti a cominciare dall’Iraq che è nella stessa area geopolitica dell’Afghanistan.

Da non dimenticare infine la NATO che potrebbe vantarsi di un successo nel primo outreach della sua storia.

La situazione attuale: un vicolo cieco

LA INSURGENCY

L’opinione pubblica mondiale ritiene,piu a torto che a ragione, che dopo l’intervento americano dell’ottobre 2001, nulla di sostanzialmente positivo sia accaduto in Afghanistan. La insurgency è endemica e controlla un terzo del territorio. La si identifica
con i Talibani, gli afgani e i crossborders ; con i terroristi afgani e non (compresa Al Qaida) ; con i narcotrafficanti ; con i signori della guerra.Ma oltre ai summenzionati, gli insorgenti sono anche gli afgani che non sopportano le truppe straniere (comprensibilmente insofferenti verso lo show of force) o gli stranieri (« big white cars »), ovvero che, combattendo,semplicemente vogliono guadagnare qualche soldo o qualche soldo in più ; piu’ in generale coloro che pensano che i costi dell’occupazione straniera superano i benefici degli aiuti internazionali. Si tratta insomma di una galassia ben lungi dall’essere omogenea o monolitica,e ben lontana dal potersi
identificare solo coi talibani, “reductio ad unum” furbesca ma inaccettabile.

La denominazione «taliban» continua infatti ad essere usata surrettiziamente dai media occidentali, ingenuamente da altri: la parola « talibans» è così negativa che fa comodo agli americani che continuano a chiamarli così. In verità « taliban » ha una connotazione
semantica molto precisa( alunno del mullah ), da non confondere con i pashtuns nè da inflazionare quando si parla di insurgency . Ma serve….. :si difffonde cosi la immagine ed il pericolo dell’edizione estremistica dei talibani, che vogliono imporre la sharia in
Afghanistan per renderlo un paese rigorosamente deobandista, isolato da tutto e da tutti, innanzitutto dagli occidentali portatori di vizio. Insomma il talibano come un novello Saladino da combattere con una nuova crociata.

LA DONOR’S FATIGUE

Come che sia, se non si esce dal vicolo cieco, la donors’ fatigue si accentuerà, ancor più nel settore militare dove qualche morto occidentale in più potrà provocare una tendenza al ritiro. Per capire ciò bisogna anche ricordare le motivazioni dell’impegno di alcuni paesi europei in Afghanistan. Così ad esempio la Spagna è intervenuta non per amore dell’Afghanistan o della NATO, ma per marcare la differenza con l’Iraq da cui Zapatero aveva deciso di ritirarsi. Mutatis mutandis, un discorso analogo può valere per la
Germania, che deve però tenere ora conto che due terzi della popolazione è contraria. Quanto agli Stati Uniti è possibile una sconfitta dei repubblicani a fine d’anno : se così sarà, il dogma della lotta al terrorismo sarà intaccato e scomparirà probabilmente la
balsana idea di esportare la democrazia nel mondo, a cominciare dai paesi mussulmani. L’Italia da parte sua, che si è coinvolta in Afghanistan più per la presenza dell’ex Re a Roma che per ragioni geostrategiche, potrebbe a fronte di difficoltà di politica interna
ridurre il suo impegno. La Francia non è mai stata in prima linea anche se con Sarkozy le cose potrebbero cambiare e , viceversa colle vittime francesi. E cosi via..

LO STALLO MILITARE

Comunque parliamo di un paese a tradizione hanafita (cioè sostanzialmente estraneo a logiche gerarchiche e centralistiche), popolatissimo di warlords le cui milizie ammontano a 130.000 unità (contro le 35.000 governative), capace di sconfiggere un esercito potente e coeso come quello sovietico forte di 120.000 uomini. Vi è da domandarsi se sia politicamente risolutivo che le forze ISAF passino da 40.000 a 80.000 unità o se invece non si tratterebbe di un ennesimo pannolino caldo-if not burning-ancorchè
contingentemente utile; ovvero se non è piuttosto necessario concentrare gli sforzi nella formazione di un esercito (e di una polizia ) afgano: è di questo che ha bisogno il paese piuttosto che di altre truppe straniere, necessarie e ancora gradite quanto si vuole, ma pur
sempre un’arma a doppio taglio..

Ma ancora di piu vi è da chiedersi se non è tempo di dedicare energie serie ad una strategia politica di ampio respiro (senza un “ track” diplomatico parallelo l’esercizio di stabilizzazione dell’ ISAF rischia di diventare uno “stop-gap”.

A parte il governo afgano, non mi pare che sia stata formulata questa strategia politica di largo respiro da parte degli USA; invero non c’era fin dall’inizio, chè altrimenti nell’ottobre 2001 la coalizione non si sarebbe limitata a cacciare al qaeda e i talibani in
Pakistan senza consolidare la vittoria e il vantaggio tattico,né avrebbe lasciato scappare i numerosi uomini dei Servizi Segreti pakistani che anche nel momento della sconfitta erano rimasti accanto ai Talbani ed ai terroristi. Ma allora era “à la guerre comme à la guerre” e le esigenze militari facevano ovviamente premio. Ma dopo 6 anni è tempo di liberarsi dalla matrice bellica, è tempo di fare parlare i civili e non solo i militari, è tempo di brandire le armi della diplomazia cui vanno subordinate quelle della counterinsurgency.

Gli occidentali sono in Afghanistan per fermare la insurrezione (che invece di calare cresce), per portare sicurezza (che però non aumenta ed è paradossalmente « jeopardised » dalla loro stessa presenza che alimenta diffidenza e talvolta rabbia); per
porre le basi di una democrazia ( non capendo però compiutamente che essa sarà diversa dalla loro, essendo ben diversi la storia , le tradizioni, la religione); per pagare salari ( anche a se stessi) per iniziare la riabilitazione e se possibile lo sviluppo (facendo però
arrivare nelle tasche degli afgani molto meno della metà di quanto stanziano, che di per sè è già poco essendo il più basso aiuto pro-capite dei paesi post-conflitto).

Per contro la strategia delle Potenze Regionali non è dichiarata ma si sa qual’è : premesso che esse non partecipano allo sforzo contro la insurgency, quel che vogliono è semplicemente che se ne vadano le truppe straniere dagli americani alla NATO.
Ricordiamoci Cuba : quando Kruschev tentò di installarvi i missili, Kennedy minacciò la guerra e l’URSS rinunciò alla base militare. Essa smise così di interferire in un emisfero antipodale al proprio. Mutatis Mutandis gli USA debbono andarsene non solo dall’Iraq,
ma anche dall’ Afghanistan : così pensano la Russia e l’Iran e forse la Cina e –in qualche modo-la stessa India.

Una possibile strategia

AFGHANISTAN PAKISTAN INDIA

La migliore perchè olistica, ancorchè la più complicata, è quella di coinvolgere anche l’India in un negoziato di grande respiro per l’area e di risolvere concomitantemente l’annoso problema del Kashmir. In entrambi i casi si dovrebbe tendere a chiudere il
contenzioso sulle linee di confine attuale, la Durand Line tra Afghanistan e Pakistan e la Line of Control tra India e Pakistan. In entrambi i casi, si dovrebbe lasciare aperta la porta a consultazioni fra le popolazioni locali affinchè possano in qualche modo
esprimersi sul loro futuro e nel frattempo beneficiare di una libera circolazione di merci e persone. Dovrebbe essere lanciato un Piano Marshall per entrambi : dopo tanta miseria e tragedie meriterebbero un raggio di speranza ed un segno tangibile della solidarietà internazionale, quella vera, quella fatta di pane e non di armi. Se si calmassero le acque nei due tradizionali focolai di conflitto nell’area, un processo virtuoso di relazioni economiche e commerciali potrebbe svilupparsi, provocando benessere anche per le aree limitrofe.

L’India risolverebbe così il più volento dei suoi problemi di confine con la soluzione che ha da sempre auspicato (ancorchè forse unfair ; ma questo non importa…). Il Pakistan riconoscerebbe ad est la situazione di fatto (la LoC) e si vedrebbe ad ovest riconosciuta la Durand Line : un guadagno netto, anche per i ricchi commerci che potrebbero svilupparsi sui due versanti e, ancor più, per l’uscita di Islamabad dalla situazione di sostanziale isolamento politico internazionale in cui versa da anni. Last but not least, l’Afghanistan,
che avrebbe fatto la concessione di riconoscere formalmente la Durand Line (un confine però che è lì da oltre un secolo…..), ma avrebbe in cambio finalmente la stabilità ed il progresso (commercio, pipelines, aiuti economici)

AFGHANISTAN PAKISTAN

Invero ridotte, ma non molto dissimili –ancorchè meno stabili e sostenibili-sarebbero le conseguenze che sortirebbero da un Accordo limitato a Pakistan ed Afghanistan : quest’ultimo potrebbe offrire il riconoscimento della Durand line a patto che finiscano le infiltrazioni e gli aiuti del Pakistan e dell’ISI ai talibani. Karzai potrebbe mettere alla prova Zardari per due anni : solo dopo che si fosse constatata la fine della insurrezione fomentata da Islamabad, l’Afghanistan potrebbe concedere il riconoscimento del confine.
Fin dall’inizio dei due anni di prova, dovrebbe scattare un « Piano Marshall »(altra splendida idea degli USA, una manna salvifica per il popolo europeo ridotto alla fame, ma anche una necessità dell’industria americana che aveva bisogno del mercato europeo),
di modo che i pashtuns dell’area ne colgano i benefici già prima della fine dei ventiquattro mesi ed accettino di buon grado o obtorto collo la formalizzazione dei confini.

(da ricordare che il Piano Marshall potrebbe essere tranquillamente coperto da una porzione del bilancio militare delle truppe occidentali in Afghanistan).

11 Commenti a “AFGHANISTAN . LA POSTA IN GIOCO. ENRICO DE MAIO – COMITATO STRATEGICO IPALMO”

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