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mercoledì, 23 marzo 2011

Presentazione del libro “Dialogo a Nordest” di Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi

giovedì, 17 giugno 2010

Presentazione del libro “Dialogo a Nordest” di Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi

“Dialogo a Nordest” il libro Sul futuro dell’Italia tra Europa e Mediterraneo scritto da Maurizio Sacconi insieme a Gianni De Michelis.

ROMA 16 giu 2010 (ore 17.30) – presentazione del libro di Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi “Dialogo a Nord Est”, (Marsilio Editore). Interverranno il ministro Giulio Tremonti e Giuliano Ferrara. Tempio di Adriano – P.zza di Pietra – Roma
… (www.il velino.it)

Europa 2020: la Commissione propone una nuova strategia economica in Europa.

mercoledì, 24 marzo 2010

Europa 2020: la Commissione propone una nuova strategia economica in Europa

La Commissione europea ha lanciato in data odierna la strategia Europa 2020 al fine di uscire dalla crisi e di preparare l’economia dell’UE per il prossimo decennio. La Commissione individua tre motori di crescita, da mettere in atto mediante azioni concrete a livello europeo e nazionale: crescita intelligente (promuovendo la conoscenza, l’innovazione, l’istruzione e la società digitale), crescita sostenibile (rendendo la nostra produzione più efficiente sotto il profilo delle risorse e rilanciando contemporaneamente la nostra competitività) e crescita inclusiva (incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, l’acquisizione di competenze e la lotta alla povertà). Questa battaglia per la crescita e l’occupazione richiede un coinvolgimento al massimo livello politico e la mobilitazione di tutte le parti interessate in Europa. Vengono fissati cinque obiettivi da cui si evince quali sono i traguardi che l’UE dovrebbe raggiungere entro il 2020 e in base ai quali saranno valutati i progressi compiuti.

Il presidente Barroso ha dichiarato: “Europa 2020 illustra le misure che dobbiamo adottare ora e in futuro per rilanciare l’economia dell’UE. La crisi ha messo in luce questioni fondamentali e tendenze non sostenibili che non possiamo più ignorare. Il disavanzo di crescita dell’Europa sta compromettendo il nostro futuro. Dobbiamo agire con decisione per ovviare alle nostre carenze e sfruttare i nostri numerosi punti di forza. Dobbiamo costruire un nuovo modello economico basato su conoscenza, economia a basse emissioni di carbonio e alti livelli di occupazione. Questa battaglia impone di mobilitare tutte le forze presenti in Europa.”

Prima di tutto, l’Europa deve trarre insegnamenti dalla crisi economica e finanziaria mondiale. Le nostre economie sono strettamente legate fra di esse. Nessuno Stato membro può affrontare efficacemente le sfide mondiali se agisce da solo. Insieme siamo più forti. Ciò significa che per superare con successo la crisi abbiamo bisogno di uno stretto coordinamento delle politiche economiche, altrimenti potremmo andare incontro a un “decennio perso” caratterizzato da un relativo declino, da una crescita definitivamente compromessa e da livelli di disoccupazione strutturalmente elevati.

La strategia Europa 2020 delinea pertanto un quadro dell’economia di mercato sociale europea per il prossimo decennio, sulla base di tre settori prioritari strettamente connessi che si rafforzano a vicenda. Crescita intelligente, sviluppando un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, crescita sostenibile, promuovendo un’economia a basse emissioni di carbonio, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, e crescita inclusiva, promuovendo un’economia con un alto tasso di occupazione, che favorisca la coesione sociale e territoriale.

I progressi registrati verso la realizzazione di questi obiettivi saranno valutati sulla base di cinque traguardi principali rappresentativi a livello di UE, che gli Stati membri saranno invitati a tradurre in obiettivi nazionali definiti in funzione delle situazioni di partenza:

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il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;
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il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in R&S;
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i traguardi “20/20/20″ in materia di clima/energia devono essere raggiunti;
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il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma; .
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20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà.

Per raggiungere questi traguardi, la Commissione propone un programma Europa 2020 che consiste in una serie di iniziative faro. Realizzare queste iniziative è una priorità comune, che richiederà interventi a tutti i livelli: organizzazioni dell’UE, Stati membri, autorità locali e regionali.

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L’Unione dell’Innovazione – riorientare la politica in materia di R&S e innovazione in funzione delle sfide principali, colmando al tempo stesso il divario tra scienza e mercato per trasformare le invenzioni in prodotti. Il brevetto comunitario, ad esempio, potrebbe far risparmiare alle imprese 289 milioni di euro all’anno.
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Youth on the move – migliorare la qualità e l’attrattiva internazionale degli istituti europei di insegnamento superiore promuovendo la mobilità di studenti e giovani professionisti. Per fare un esempio concreto, i posti vacanti in tutti gli Stati membri devono essere più accessibili in tutta Europa e le qualifiche e l’esperienza professionali devono essere debitamente riconosciute.
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Un’agenda europea del digitale – trarre vantaggi socioeconomici sostenibili da un mercato unico del digitale basato sull’internet superveloce. Nel 2013 tutti gli europei dovrebbero avere accesso all’internet ad alta velocità.
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Un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse – favorire la transizione verso un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e a basse emissioni di carbonio. L’Europa non deve perdere di vista i suoi traguardi per il 2020 in termini di produzione di energia, efficienza energetica e consumo di energia. Questo ridurrebbe di 60 miliardi di euro le importazioni di petrolio e di gas entro il 2020.
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Una politica industriale per la crescita verde – aiutare la base industriale dell’UE ad essere competitiva nel mondo post-crisi, promuovere l’imprenditoria e sviluppare nuove competenze. Questo creerebbe milioni di nuovi posti di lavoro.
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Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro – porre le basi della modernizzazione dei mercati del lavoro onde aumentare i livelli di occupazione e garantire la sostenibilità dei nostri modelli sociali a mano a mano che i figli del baby boom andranno in pensione e
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Piattaforma europea contro la povertà – garantire coesione economica, sociale e territoriale aiutando i poveri e le persone socialmente escluse e consentendo loro di svolgere un ruolo attivo nella società.

La natura ambiziosa di Europa 2020 presuppone un livello più elevato di leadership e di responsabilità. La Commissione invita i capi di Stato e di governo ed assumere la titolarità di questa nuova strategia e ad approvarla in occasione del Consiglio europeo di primavera. Occorre inoltre potenziare il ruolo del Parlamento europeo.

I metodi di governance saranno rafforzati affinché gli impegni vengano tradotti in azioni concrete in loco. La Commissione monitorerà i progressi. Le relazioni e le valutazioni nell’ambito di Europa 2020 e del patto di stabilità e crescita saranno elaborate contemporaneamente (pur rimanendo strumenti distinti) per migliorare la coerenza. In tal modo, le due strategie potranno perseguire obiettivi analoghi in materia di riforme pur rimanendo due strumenti separati.

Per approfondimenti:

* The Commission Proposal
* Overview of the strateg
* Europe 2020 Timeline
* Europe 2020 architecture

Questo articolo è stato preso da : http://ec.europa.eu/eu2020/

Tag: Commissione europea, Europa, nuova strategia economica

Ministero degli esteri, cosa cambia con la riforma

giovedì, 4 febbraio 2010

Politica estera italiana
Ministero degli esteri, cosa cambia con la riforma
Raffaello Matarazzo
05/01/2010

Dovrebbe diventare operativa già nella prossima primavera/estate l’attesa riforma del Ministero degli esteri recentemente passata al vaglio del Consiglio dei ministri. Adeguando la struttura del Mae a quelle dei principali partner europei, la riforma prevede una riduzione delle direzioni generali da tredici a otto, divise non più per aree geografiche ma per grandi temi; l’avvio di un rapporto stabile e strutturato tra Ministero degli esteri (Mae) e Ministero dell’economia (Mef); la creazione della figura degli ambasciatori manager, che saranno chiamati a gestire in modo sempre più autonomo ed imprenditoriale i bilanci delle sedi all’estero.

Fare sistema
Da diverso tempo il Ministero degli esteri cerca di dotarsi di un’organizzazione più flessibile e in grado di coordinare lo spettro sempre più articolato delle presenze e delle attività italiane all’estero. È infatti diffusa la consapevolezza che la crescente competitività internazionale non possa essere affrontata al livello dei singoli attori: richiede un rafforzamento del sistema paese nel suo insieme e la promozione delle componenti economico-finanziarie e culturali, in costante coordinamento con l’Unione europea.

L’idea ispiratrice della riforma, coordinata dal Segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo, è dunque di rendere più efficace e autonoma la rete di ambasciate e consolati, accrescendone i collegamenti e le sinergie con amministrazioni statali, enti locali, imprese e università. In questo modo, e rinnovando anche l’organizzazione interna, la Farnesina mira a conoscere e coordinare meglio le attività di questi soggetti, evitando duplicazioni o diseconomie.

Impresa, questa, particolarmente complessa per l’Italia, non solo per le tradizionali resistenze nazionali a “fare sistema”, ma anche per i vincoli di bilancio sempre più stretti: la percentuale del bilancio dello Stato per gli Esteri è passata dallo 0,35% del 2008 allo 0,27% del 2009, con un ritorno alle percentuali del 1997-1998 e un taglio netto del 19,7% (da 2.546 milioni di euro nel 2008 a 2.044,1 milioni nel 2009). Nonostante la crisi economica in atto, si tratta di una scelta abbastanza paradossale in un periodo di crescente globalizzazione. Come percentuale del bilancio dello Stato, la spesa pubblica per la politica estera italiana rimane al di sotto degli standard dei principali partner europei.

L’esempio europeo
Passando da tredici a otto, le direzioni generali all’interno della Farnesina non saranno più divise per aree geografiche (considerate troppo settoriali per l’attuale contesto internazionale), ma per grandi temi, coincidenti con le priorità strategiche dell’Italia: affari politici e sicurezza, mondializzazione e questioni globali, promozione del sistema paese, Unione europea. A queste Dg se ne affiancano altre due, anch’esse tematiche, già esistenti, quella per gli italiani all’estero e le politiche migratorie (tradizionalmente rilevante per l’Italia) e quella per la cooperazione allo sviluppo. Infine, un’apposita Dg per le risorse e l’innovazione è prevista per la gestione delle risorse, umane e finanziarie, mentre una Dg per il patrimonio, l’informatica e le comunicazioni curerà gli aspetti collegati all’uso delle nuove tecnologie, i beni d’investimento, la valorizzazione del patrimonio immobiliare all’estero e le esigenze della sede centrale.

È una scelta strategica compiuta anche da Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, nei cui ministeri degli esteri le articolazioni che curano i rapporti bilaterali sono sempre ricondotte ad un livello sovraordinato (Direzioni generali o, nel caso spagnolo, Segreterie di Stato) che riunisce competenze tematiche e geografiche. I rapporti bilaterali con i paesi membri dell’Ue sono inoltre sempre attribuiti alla Direzione generale competente in materia di integrazione europea.

Al Quai d’Orsay, ad esempio, la Direction de l’Union européenne ha competenza anche sui rapporti bilaterali dei Paesi membri e la Direction Générale des Affaires Politiques et de Sécurité comprende tutte le direzioni geografiche. Anche a Berlino, le relazioni bilaterali con i Paesi Ue sono di competenza della Direzione generale per l’Unione europea, mentre le competenze geografiche sono distribuite tra due direzioni generali politiche. Al Foreign Office britannico, infine, su sei direttori generali tre hanno competenze sia tematiche che geografiche.

In linea con quanto avviene negli altri principali paesi europei, anche alla Farnesina le competenze geografiche verranno dunque ripartite all’interno delle diverse Dg tematiche, in modo che ogni direttore generale sia portatore, nel suo campo, di una visione complessiva, frutto del coordinamento tra le diverse competenze settoriali attribuite ai vice direttori generali/direttori centrali. Una competenza primaria verrà tuttavia attribuita al Direttore generale per gli affari politici e la sicurezza, ripristinando quel “primato” che era stato abolito con la riforma del 2000 attraverso l’istituzione delle Direzioni generali geografiche. Con questa riforma la Dg per gli affari politici torna invece al centro della struttura organizzativa della Farnesina, con un potere trasversale e di intervento nelle questioni di natura politico-strategica e di sicurezza internazionale.

Il partenariato con il Mef e ambasciatori manager
La riforma mira anche a stabilire un rapporto più stabile e strutturato tra la Farnesina e il Ministero dell’Economia, meno incentrato sulle esigenze di “tagli di bilancio” e orientato, invece, ad un più efficace utilizzo delle risorse ottenute attraverso il riassetto dell’amministrazione centrale (con la riduzione delle Dg e dei centri di responsabilità), la razionalizzazione della rete delle sedi e del patrimonio immobiliare all’estero.

Il Ministero degli esteri potrà reinvestire tali risparmi direttamente nel “sistema Mae”, come previsto, ad esempio, da una norma di legge allo studio per lo svolgimento del concorso diplomatico nei prossimi anni, che tiene conto anche del contributo di diplomatici che a breve l’Italia dovrà fornire al Servizio europeo per l’azione esterna previsto dal Trattato di Lisbona. Si tratta della formalizzazione di un coordinamento tra i due ministeri che a livello politico è già stato avviato da tempo con risultati positivi. Analogamente, si intende strutturare maggiormente anche il dialogo con il Ministero della Difesa e, soprattutto, con la Presidenza del Consiglio, che negli ultimi anni è andata assumendo sempre maggiore influenza sulla politica estera.

Un ultimo cambiamento di rilievo è costituito dalle nuove responsabilità di bilancio che verranno attribuite agli ambasciatori: potranno gestire autonomamente le dotazioni finanziarie delle rispettive sedi con ampia autonomia e flessibilità, avendo anche la possibilità di procurarsi donazioni o sponsorizzazioni attraverso contratti ad hoc. Il nuovo modello di gestione consentirà al capo missione di rimodulare l’allocazione delle risorse in base alle priorità e alle emergenze cui la sede è chiamata a far fronte. In parallelo verranno attuate una riduzione e riorganizzazione delle sedi consolari all’estero: un processo che comunque non rientra direttamente nella riforma e seguirà un iter parzialmente diverso.

Nel complesso, si tratta dunque di una riforma largamente attesa ed opportuna. Tra gli aspetti positivi, il fatto che la Dg per l’Unione europea (che riunirà le due Dg “Paesi Europa” e “Integrazione europea”) favorirà un maggiore coordinamento del Mae con le nuove strutture diplomatiche dell’Ue, a partire dal nuovo Servizio europeo per l’azione esterna. La politica europea, che acquista una crescente rilevanza strategica, farà dunque capo alla rafforzata Dg per l’Unione europea, ma il nuovo potente Dg per gli affari politici avrà la responsabilità sui singoli dossier di sicurezza internazionale, pur se trattati a livello europeo.

Il nuovo assetto organizzativo del Mae potrà esprimere a pieno le sue potenzialità se verranno sviluppandosi politiche europee più efficaci nei confronti delle aree regionali prioritarie. Il che dipenderà, beninteso, anche dal ruolo propositivo e di stimolo che l’Italia avrà la capacità (e la volontà politica) di svolgere. Superando le troppe incertezze e personalizzazioni che negli ultimi tempi ne hanno appannato slancio e influenza, soprattutto – ma non solo – nei confronti dell’Unione europea.

Raffaello Matarazzo è ricercatore dello Iai e caporedattore di Affarinternazionali.

Pubblicato anche su nelMerito.com

La Commissione europea celebra l’entrata in vigore del trattato di Lisbona

martedì, 1 dicembre 2009

trattato-lisbona

Oggi, 1° dicembre 2009, entra in vigore il trattato di Lisbona. Per l’occasione si terrà a Lisbona una cerimonia organizzata dal governo portoghese, dalla presidenza svedese e dalla Commissione europea. La Commissione ritiene che il nuovo trattato comporterà nuovi e importanti vantaggi per i cittadini e chiuderà per il prossimo futuro il dibattito istituzionale. L’Unione europea potrà quindi dedicarsi pienamente alla ricerca di un’uscita indolore dalla crisi economica e finanziaria e portare avanti la strategia UE 2020 per una crescita più “verde”.

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Vertice Fao, presto un codice di condotta per fermare i “predoni” delle terre

mercoledì, 18 novembre 2009

Il ministro Zaia: “Carta etica necessaria di fronte alla Cina che sta comprando l’Africa”
Forum delle Ong: diritto a cibo e acqua unica soluzione. I Paesi del G8 si rivedranno a gennaio 2010

Il presidente dello Zimbabwe, Mugabe: “Sanzioni dell’occidente inumane e illegittime”

Vertice Fao, presto un codice di condotta per fermare i "predoni" delle terreIl presidente dello Zimbawbe, Robert Mugabe

ROMA – La seconda giornata del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare in corso a Roma ha puntato i riflettori sulla difesa delle piccole comunità rurali dalle multinazionali straniere. Gli esperti Fao e Ifad hanno annunciato un codice di condotta per regolare il cosiddetto “land grabbing”, ovvero l’accaparramento di terreni agricoli da parte di investitori stranieri a scapito dei piccoli agricoltori locali. Il vertice ha ospitato anche il Forum parallelo delle ong che ha presentato un documento di denuncia e proposta per sconfiggere la fame in tutto il mondo che si basa su diritto a cibo e acqua per tutti. Il tono della discussione si è fatto aspro quando è salito sul podio il più controverso degli ospiti, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, che in una dura requisitoria ha bollato le sanzioni imposte dall’occidente contro il suo popolo, e denunciato le “politiche punitive” che mirano a rendere il suo Paese “dipendente dalle importazioni di generi alimentari”.“Land grabbing”, fenomeno esteso e redditizio. David Hallam, della Fao e Jean Philippe Audinet, dell’Ifad, hanno sottolineato che solo in Africa il fenomeno interessa circa 20 milioni di ettari di terreno già comprati nelle aree sottosviluppate o in trattativa d’acquisto, muovendo un giro d’affari di 100 miliardi di euro. Un “business” agricolo nato a seguito della crisi alimentare e ambientale, che ha portato gli Stati del Golfo Persico ma anche l’Egitto, la Cina e la Corea del Sud ad affittare migliaia di ettari di terreno in Paesi come l’Etiopia e il Sudan (Paesi con milioni di affamati e la cui sopravvivenza dipende dagli aiuti internazionali) per produrre grano e derrate alimentari da portare a casa.
Il codice proposto da Fao e Ifad. “Il codice parte innanzitutto dalla necessità di individuare linee guida”, ha spiegato David Hallam, vicedirettore del dipartimento Commercio e mercati della Fao, “per rendere trasparente il processo e convenienti gli investimenti anche ai piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, che oggi si vedono sottrarre le loro terre senza neanche sapere il perché e capire che cosa stia avvendendo”. I tempi, ha sottolineato Hallam, saranno comunque “molto lunghi” e solo tra un anno termineranno le consultazioni – avviate a settembre all’Assemblea Onu – tra agenzie Fao, ong e settore privato. Per Ifad e Fao è inoltre importante definire schemi di gestione condivisa tra industria e piccoli contadini locali.

Ministro Zaia: “Carta etica necessaria”. Anche il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, ha accolto con favore la proposta, sottolineando che “è proprio necessaria una carta etica visto che abbiamo la presenza imbarazzante della Cina che si sta comprando l’Africa”. Il ministro ha poi annunciato che i Paesi protagonisti dello scorso vertice del G8 a L’Aquila e firmatari della Food Security Initiative si incontreranno nuovamente a Roma, probabilmente all’inizio del 2010, per definire le modalità operative concrete con cui proseguire gli interventi e meglio canalizzare le risorse.

Forum delle ong. Più radicale la posizione dei rappresentanti di ong e dei movimenti di contadini, pescatori e popoli indigeni che hanno animato il Forum parallelo della società civile. La loro dichiarazione sottolinea come la sicurezza alimentare sia legata al “diritto all’accesso e al controllo delle terre e delle fonti d’acqua da parte dei piccoli contadini”. L’acqua “bene comune di tutti e per tutti” e il cibo, equamente distribuito e a prezzi controllati, sono il cuore di quella sovranità alimentare che “è l’unica e reale soluzione alla piaga della fame nel mondo”, si legge nel documento votato all’unanimità. Le Ong hanno denunciato anche che, in meno di un anno, più di 40 milioni di ettari di terra in Africa, Asia, America Latina ed Europa dell’Est, sono stati “usurpati” dagli accordi tra governi e società. Per questo – chiedono nel documento finale del Forum – “il ‘land grabbing’ da parte di capitali esterni deve finire”.

Vertice Fao, presto un codice di condotta per fermare i "predoni" delle terre

La requisitoria di Mugabe. Inumane, illegali, unilaterali: dal podio del vertice Fao, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe si è scagliato contro le sanzioni imposte dall’occidente e ha denunciato le “politiche punitive” che mirano a rendere il suo Paese “dipendente dalle importazioni di generi alimentari”. Dittatore sanguinario per molti, padre della patria per altri, sempre e comunque controverso, Mugabe, da 29 anni ininterrottamente al potere, ha aperto la seconda giornata del vertice con toni forti, chiedendo ancora una volta la rimozione delle sanzioni (imposte da americani ed europei nel 2002 per violazioni dei diritti umani e brogli elettorali) e sottolineando l’ostilità e il neo-colonialismo che Harare si trova a fronteggiare. E se Mugabe ha “apprezzato” la decisione del G8 dell’Aquila di stanziare 20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni, ha anche auspicato che gli aiuti non vengano usati come “un’arma politica” ma che siano “diretti unicamente ad assistere i Paesi in via di sviluppo nell’accrescere strategie efficaci contro la fame”.

Un atto di coraggio per la guida dell’Ue

lunedì, 16 novembre 2009

UeFederico Eichberg
14/11/2009

Fra una settimana l’Europa avrà un numero di telefono. Che potranno chiamare non solo i prim’attori della scena internazionale (rispondendo alla ben nota domanda di Henry Kissinger) ma anche i comuni cittadini. Infatti a palazzo Justus Lipsius, a Bruxelles, tutto è pronto per l’insediamento delle figure previste dal trattato di Lisbona. Il dibattito sembra indirizzato verso la scelta di un Mr. Pesc (Alto Rappresentante e Vice Presidente della Commissione) espressione della famiglia socialista europea, mentre ai popolari toccherebbe la carica di presidente “stabile” del Consiglio.

Il primo nome ha in un primo momento ricalcato un cliché che vede i britannici “azionisti di maggioranza” della politica estera Ue (dal barone Christopher Soames, fino a Chris Patten e al duo Mandelson/Ashton). Da più parti si è fatto il nome di David Wright Miliband, attuale Ministro degli esteri di Sua Maestà per l’incarico di Alto Rappresentante. Un singolare tira e molla in casa labour ha in realtà logorato Miliband, portando a un nulla di fatto. È in quel momento che ha preso corpo la candidatura di Massimo D’Alema, forte di un appoggio trasparente e trasversale, conquistato negli anni spesi a Palazzo Chigi ed alla Farnesina.

Agli apprezzamenti espressi sul contenuto delle sue azioni internazionali occorre qui aggiungere anche una virtù di grande importanza in sede Ue, ovvero la capacità di creare consenso attorno alle proposte, quella che in termini tecnici si chiama “leadership”. In questo senso Massimo D’Alema, nel periodo in cui ha operato quale capo della diplomazia italiana, ha dimostrato di saper coagulare attorno ad opzioni e proposte un notevole consenso: basti pensare all’approvazione della risoluzione per la moratoria contro la pena di morte in ambito Onu e all’elezione di Giampaolo Di Paola a Presidente del Comitato Militare della Nato. Bene ha fatto in tal senso il governo italiano a ribadire l’appoggio per la sua candidatura e a creare le condizioni perché vi fosse un consenso trasversale alle famiglie politiche italiane ed europee.

Ora appare singolare che accanto ad un nome di prestigio e “peso/Paese” si facciano avanti, in seno alla famiglia popolare, proposte per il presidente permanente del Consiglio che godono per certo di minore esperienza internazionale (come il premier belga Herman Van Rompuy) o di decisamente minore “peso/Paese” (come il primo ministro lussemburghese Claude Junker). Con il rischio, ricordato da Stefano Silvestri, che si crei una “quadriga” a capo dell’Unione (Presidente del Consiglio stabile, presidente del Consiglio “semestrale”, presidente della Commissione, Mr. Pesc) . Questo rischio diventa ancor più evidente se si considera che il presidente “stabile” è in realtà presidente del Consiglio europeo, quindi un’istituzione che si riunisce molto meno frequentemente dei consigli tematici e, ovviamente, del Collegio dei Commissari.

Oggi la famiglia popolare può e deve rompere questi equilibri con un atto di coraggio e d’amore verso l’Europa. Oggi – ad un lustro dall’allargamento e dopo 10 anni di tentativi di riforma istituzionale – la priorità deve essere il funzionamento delle istituzioni e il peso politico dell’Unione (quindi anche e soprattutto di chi la rappresenta ai vertici). Si potrebbe quindi affermare un principio innovativo, che i trattati non escludono: fondere la carica di Presidente della Commissione con quella di Presidente “stabile” del Consiglio. L’attuale presidente della Commissione europea, Manuel Durao Barroso, ha realizzato significative riforme, ma, nel complesso, la sua Commissione ha mostrato su numerosi dossier più di un’esitazione, con il risultato che si è avuto un reciproco “scaricabarile” di responsabilità fra le due istituzioni di Rondpoint Schumann. E, soprattutto, con il risultato di immobilizzare un’Unione intenta a rimpallarsi responsabilità, facendo così perdere credibilità alle istituzioni.

Far sì che il Presidente “stabile” del Consiglio sia anche presidente della Commissione sgombrerebbe il campo dai reciproci alibi. Significherebbe scommettere sul rilancio dell’’Europa. E pensare al suo futuro.

Federico Eichberg è dirigente di gabinetto del Ministero dello sviluppo economico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondazione Farefuturo.

Vedi anche:

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga

Leo Giunti: Cosa pensano i candidati britannici ai vertici dell’Ue?