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Osservatorio Sudamericano di Roberto Lovari – Il Perù scommette su Ollanta Humala – 15 giugno 2011

lunedì, 18 luglio 2011

Il secondo turno delle elezioni presidenziali del 5 di giugno segnano una decisa svolta nella vita del paese andino. Anche se con uno scarto di solo quattrocentomila voti, è stato eletto il primo presidente di sinistra del Perù. Certamente c’era stato, tra il 1968 e il 1975, il generale Juan Velasco Alvarado, ma non era stato portato al potere dalle urne, ma da un colpo di stato. La sua rivoluzione nazionalista e di sinistra, dopo nazionalizzazioni e riforme agrarie radicali, finì nel nulla, lasciando solo un aggravamento dei ritardi storici del paese. Fino a qualche mese fa, l’ex militare ed esponente della sinistra filo Chavez Ollanta Humala, occupava una delle ultime postazioni nelle preferenze dei peruviani per le elezioni presidenziali. L’ex presidente Toledo ha guidato per mesi le classifiche delle intenzioni di voto. Su di lui pesava l’ombra della sconfitta subita nel 2006 ad opera di Alan Garcia. Il primo turno ha rappresentato un vero e proprio terremoto nel quadro politico del paese andino. Tutti i candidati centristi sono stati spazzati via, compreso l’ex presidente Toledo, dalla coppia Humala – Keiko Fujimori. La sorpresa è anche lei, la figlia di Alberto Fujimori, in galera con una condanna a 25 anni per crimini commessi durante il periodo delle sue presidenze (1990-2000). Keiko Fujimori si era candidata al parlamento nel 2006, risultando la più votata della storia del Perù. Abile ed attenta, ha rinnegato gli errori del padre, difendendone però i successi economici e quelli contro il terribile terrorismo di Sendero Luminoso. Da parte sua, Humala aveva impostato la sua campagna con uno stile “moderato”, affermando che il suo modello non era Chavez. Subito la campagna del secondo turno si è infiammata in una netta radicalizzazione su due schieramenti, Humala espressione di un centrosinistra molto variegato, la Fujimori di un centrodestra con venature anche confessionali. Chiara e netta è stata la presa di posizione del Cardinale Cipriani a favore della Fujimori, non meno netta è stata la scelta del premio Nobel Mario Vargas Llosa. Si erano appena chiuse le urne che la Bolsa di Lima esprimeva le proprie preoccupazioni per la vittoria di Humala con un ribasso del 12%.
Humala non è stato fermo, subito ha nominato un comitato di transizione con personalità moderate, presieduto dal suo vice presidente Espinosa. Ad urne ancora calde ha ricevuto la telefonata del presidente del Cile Piñera, paese in contrasto e con una avversione storica con il Perù. Poi, senza indugi, subito in viaggio, in Brasile dalla Presidente Dilma e dall’amico e sostenitore Lula. Humala, attorniato da consiglieri brasiliani, ha impostato fortemente la sua campagna sull’immagine di un Humala come Lula delle Ande, lontano e diverso dal venezuelano Chavez. La scelta “brasiliana” del Perù peserà sulla scacchiera latino americana, dove Cile e Colombia interpretano una versione moderata, filo USA, in competizione con il modello brasiliano. Humala, che si insedierà il 28 di luglio, ha di fronte a sé grandi sfide. Il Perù è un paese dai grandi ritardi storici, secondo i dati dell’ONU ancora la maggioranza della popolazione pre-colombiana vive per il 18% in condizioni miserabili, per il 3% di povertà. Il paese è cresciuto negli ultimi anni in media del 5,5% all’anno, Humala dovrà dimostrare di saper far crescere il paese e l‘integrazione sociale delle sue classi più povere. Il 18 di giugno Varga Llosa, in un articolo pubblicato su molti giornali del Sudamerica, ha salutato la sua vittoria come un dato capace di allontanare il paese da scelte autoritarie ed illiberali, ma ha anche ricordato lo stretto margine della vittoria di Humala, segno che il campo opposto è ancora forte e pericoloso per la democrazia del paese. Vedremo se Humala saprà gestire quella che tutti chiamano la “Tigre delle Ande”.

Osservatorio sudamericano di Roberto Lovari – In Perù il 5 di Giugno il secondo turno per le presidenziali.

martedì, 26 aprile 2011

Le elezioni presidenziali e per il Congresso hanno mutato profondamente il quadro politico del paese.
Sembrava certo che il paese proseguisse la linea centrista e moderata di Alan Garcia e del suo predecessore Alejandro Toledo. Per alcuni mesi era stato l’ ex presidente, l’indio Quechua Toledo, che era succeduto nel 2001 a Alberto Fujimori, a guidare i sondaggi, seguito da una combattuta gara tra tre candidati per il posto per il ballottaggio del 5 di Giugno. L’ex sindaco di Lima, Luis Castaneda, si alternava per il secondo posto con Kiko Fujimori, figlia di Alberto Fujimori, in prigione con una condanna a 25 anni per violazioni dei diritti umani durante le sue presidenze (1990-2000). Inseguiva con possibilità di successo Pedro Paulo Kuczynski, già capo del governo durante la presidenza di Toledo. Con non più del 5% veniva Ollanta Humala, avversario di Alan Garcia nelle elezioni del 2006. Nazionalista di sinistra, estimatore di Chavez, aveva ricevuto il classico bacio della morte dal presidente venezuelano in fine di campagna elettorale con la dichiarazione “Se fossi peruviano voterei Humala”. Tutto questo fino a due mesi dal 10 di Aprile, poi è iniziato un processo che ha portato Humala al primo posto con il 31,7 % dei voti, la Kiko Fujimori al secondo posto con il 23%. Due personalità molto caratterizzate, definite da alcuni giornali come due populisti, uno di sinistra e l’altra di destra. Il centro, forte del 45%dei voti , è stato spazzato via. ll partito del presidente Alan Garcia, la storica Apra (Alleanza popolare rivoluzionaria americana), non solo ha visto il suo candidato rinunciare dopo pochi giorni, ma è uscito distrutto dai risultati del Congresso con solo 4 seggi su 120. Si tenga presente che, nonostante il paese abbia vissuto anche gli ultimi 10 anni con il suo vecchio male, la corruzione, il Perù è cresciuto in questi anni sempre del 6% all’anno, l’ultima previsione gli assegna il 7,5% per il 2011. Dopo la sorpresa è cominciata l’analisi del perché di questi risultati e di quale sarà il dato finale del 5 di giugno. Ancora prima del risultato del 10 Aprile, il Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, aveva definito l’eventuale ballottaggio tra i due come una scelta tra il cancro e L’Aids.
Per Kiko Fujimori ha giocato a favore uno zoccolo duro del “fujimorismo“ del 20% di consensi e una sua indubbia capacità politica. Nelle elezioni del 2006 era stata la più votata della storia del Perù. La sua bandiera è stata e sarà: “Alberto Fujimori ha commesso errori e li sta pagando, ma ha anche sconfitto il terrorismo di Sendero Luminoso e ha salvato l’economia che aveva un’inflazione del 7600 all’anno.“ Io, dice, non farò gli errori d mio padre, ma ne svilupperò gli aspetti positivi, giuro su Dio che non gli darò l’indulto”.
Complessa la situazione e il quadro futuro di Ollanta Humala. Con decisione ha puntato su due punti: prendere i voti di quel terzo di peruviani che, non toccati dal miracolo economico, continuano a vivere con due dollari al giorno e  rendere credibile la versione “moderata” con cui si è presentato alle elezioni. Non più vestito di rosso come nel 2006, solo jeans e camicie azzurre, toni moderati anche nel parlare, non si è mai lasciato coinvolgere in polemiche accese. È andato a Brasilia alla festa del PT di Lula e si è circondato di esperti brasiliani in pubblicità. Ha ripetuto varie volte che il suo modello è Lula e non Chavez. Di fronte ai ribassi della Borsa del 10% dopo i risultati elettorali, ha dichiarato che non nazionalizzerà nulla, i soldi per i progetti sociali verranno trovati nella lotta all’evasione e alla elusione fiscale. Non ha abbandonato del tutto i toni nazionalistici dicendo che il Cile dovrebbe chiedere scusa al Perù per la guerra del Pacifico del 1879. Con grande sorpresa di tutti il sempre polemico Vargas Llosa ha dichiarato: “Senza allegria, con molti timori, voterò Humala e chiederò ai peruviani di fare lo stesso”. Humala ha subito ringraziato ricordando l’amicizia esistente tra i due. Il 5 Giugno sapremo se i peruviani sono stati convinti dal “Lula delle Ande”, come lo hanno chiamato alcuni giornali, oppure crederanno alle accuse di Kuczynsnki che afferma che la campagna elettorale è stata pagata dal Venezuela. Dimenticheranno i peruviani il passato golpista di Humala, la madre che nelle elezioni del 2006 dichiarava che per risolvere il problema morale bastava fucilare i gay? oppure il fratello Antauro in prigione con una condanna a 25 anni per un tentativo di golpe nel 2005, ordinatogli dal fratello, a suo dire? Dimenticheranno la dichiarazione fatta in Spagna nel 2009 che “il capo di Sendero Luminoso, Guzman, è un prigioniero politico”?
Il 5 di giugno avremo la risposta dei peruviani a tutte  queste domande.

AMERICA LATINA – Il Brasile alle prese con la riforma della legge elettorale. di Roberto Lovari

mercoledì, 20 aprile 2011

Il Brasile negli ultimi vent’anni si è misurato con problemi che sembravano di difficile soluzione. Sembrava impossibile domare quell’inflazione che negli anni ’80 e primi ’90 aveva messo in ginocchio il paese con tassi che sfioravano il 1500% all’anno. Ogni lunedì mattina in quegli anni tutti i negozi e supermercati chiudevano per mettere i nuovi prezzi. Dopo una decina d’anni di tentativi, con il “piano real” del presidente Cardoso, dopo qualche difficoltà, il Brasile dal 1994 ha un’inflazione di taglio quasi europeo, dal 4 al 5% all’anno. Ma vincere l’inflazione significava vincerne le cause, le spese smodate dei comuni, degli stati e del Governo Federale. Una legge poco nota ma di vitale importanza, la Legge di Responsabilità Fiscale (LRF) approvata nel 2000, obbliga Stato Federale, governi statali e comuni a contenere nei bilanci le spese secondo le entrate, pena la responsabilità personale in caso di “sforamento”.
In Argentina le province, equivalenti agli stati brasiliani, non fecero la stessa cosa, non solo stipulavano prestiti con banche all’estero, ma emettevano buoni con cui pagavano le proprie crescenti spese. Il risultato di questo sfacelo amministrativo e finanziario è stato il “default”, e il popolo argentino ancora ne paga il prezzo.
Ma, se dopo anni e lunghe discussioni sono state vinte inflazione e spese senza copertura, vi è un altro problema di cui il paese discute da anni senza trovare soluzione, la riforma della legge elettorale. Nella riunione congiunta tra Camera dei Deputati e Senato per l’apertura della nuova legislatura, il nuovo Presidente, Dilma Rousseff, ha lanciato la sfida dicendo: “Fate voi la “riforma politica” (come viene chiamata in Brasile), il governo non interverrà in alcun modo”. Subito dopo, i due rami del parlamento hanno creato due commissioni per affrontare il problema. Il Brasile adotta due sistemi elettorali, il maggioritario e il proporzionale. Con il maggioritario vengono eletti il Presidente della Repubblica, i senatori, i governatori e i sindaci, con il proporzionale vengono eletti i deputati federali, quelli degli stati e i consiglieri comunali. Da anni tutti hanno denunciato il pessimo funzionamento della legge elettorale con distorsioni e grandi aspetti negativi nella vita politica. Dalla ridicola funzione del supplente del senatore: se un senatore rinuncia anche momentaneamente al suo mandato per un periodo, ad esempio per fare il ministro, le legge lo prevede, non gli succede chi ha preso meno voti di lui, ma una persona da lui designata, quasi sempre un parente o un grande finanziatore. Nella costituzione approvata nel 1988, gli stati devono avere un minimo di 8 deputati federali e un massimo di 70. Tutto questo provoca l’assurda situazione che nello stato di Roraima bastano 33986 voti per eleggere un deputato federale, a fronte dei 432.877 necessari nello stato di San Paolo. Ma dove l’arretratezza della attuale legge elettorale è fonte di gravi problemi è nel metodo per eleggere i Deputati Federali e Statali: proporzionale con scrutini di lista con preferenza unica. In un paese dai partiti con strutture deboli e dalle grandi dimensioni geografiche, la ricerca del voto di preferenza ha dato potenti spinte a quello che in Brasile chiamano “fisiologismo”, noi diremmo clientelismo, e al finanziamento illegale delle costosissime campagne elettorali. Il dibattito su come trovare la risposta per uscire da una situazione da tutti condannata è da anni forte e vivace, ma non è mai riuscito a dare risposte precise fino ad oggi. La Commissione creata dal Senato proprio in questi giorni ha approvato una serie di proposte che andranno in Assemblea nel mese prossimo per poi essere messe a confronto con quelle che l’analoga commissione della Camera sta preparando. In primo luogo è stato approvato un solo mandato, ma portato a cinque anni, mentre adesso è di quattro. Varrà dal 2014, gli eletti di quell’anno non potranno ricandidarsi. Ma, se su questo punto sembra esserci un consenso largo sia nella maggioranza che nell’opposizione, lo scontro si profila duro sul cambiamento della legge nel proporzionale. Infatti da tempo il PT (Partito dei Lavoratori) di Lula e della Rousseff difende l’adozione del proporzionale con lista bloccata per l’elezione dei deputati federali, statali e dei consiglieri comunali, nella commissione per la riforma, l’opposizione del PSDB, il partito dell’ex candidato presidenziale Serra, aveva difeso il metodo dell’uninominale, ma alla fine, a larga maggioranza, è passata la proposta del PT. Qualche giorno prima Josè Dirceu, uno dei leader storici del PT, sempre molto influente nonostante lo scandalo del “mensalão”, una vicenda di finanziamenti illegali della politica, aveva occupato mezza pagina del giornale “O Estado de S. Paulo con un articolo dal titolo chiaro: “a favor do voto em lista”. Secondo il dirigente petista la “lista fechada” (lista bloccata), insieme al finanziamento pubblico delle campagne elettorali e a regole contro il cambio di partito, produrranno effetti positivi sulla vita democratica del paese. Certamente il voto di lista bloccata senza la preferenza non faciliterà l’esistenza dei 27 partiti registrati nel paese, alle elezioni dell’anno scorso solo 22 hanno ottenuto eletti, solo una decina ne hanno ottenuti più di dieci.
Il partito di Lula sembra deciso e sembra convincere la vasta maggioranza che si è aggregata alla presidenza Rousseff, circa 350 su 513 parlamentari e 70 senatori su 81, sulla validità della sua proposta. I prossimi due mesi saranno decisivi.

AMERICA LATINA – “Barak Obama in America Latina” di Giancarlo Pasquini – 24/03/2011

giovedì, 24 marzo 2011

Termina oggi con la sosta nella piccola Repubblica di El Salvador la  prima visita del Presidente Barack  Obama in America latina. Incurante delle critiche  della  stampa  e dei Repubblicani per la concomitanza del viaggio con le gravi decisioni che l’amministrazione doveva prendere circa la partecipazione all’intervento militare  in Libia, Obama ha mantenuto la sua agenda e ha annunciato da Brasilia il 19 marzo il via all’operazione “Odissea”per imporre una “no fly zone” in Libia e fermare la riconquista di Bengasi da parte delle truppe di  Gheddafi……..LEGGI TUTTO L’ARTICOLO …..(CLICK HERE)

HIGHLIGHTS ARAB WORLD

venerdì, 11 marzo 2011

WORKSHOP  NAZIONALE  A BAGHDAD,  4-5 APRILE 2011 – PROGRAMMA  IDLO-IPALMO   “RAFFORZARE IL RUOLO DEL PARLAMENTO  NELL’INDIRIZZARE IL  COSTO SOCIALE DELLE RIFORME ECONOMICHE E PROMUOVERE L’E-PARLIAMENT   IN  EGITTO, IRAQ E LIBANO” -   IPALMO ha organizzato un workshop nazionale presso il parlamento iracheno il 4 e 5 aprile u.s. dal titolo “L’impatto sociale delle riforme economiche in Iraq: la posizione dei parlamentari e della società civile” in collaborazione e con il patrocinio del Consiglio dei Rappresentanti iracheno, la Camera dei Deputati, l’ambasciata d’Italia a Baghdad e la cooperazione italiana allo sviluppo, in quanto parte del programma “Rafforzare il ruolo del parlamento nell’indirizzare il costo sociale delle riforme economiche e promuovere l’e-parliament in Egitto, Iraq e Libano” finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano……….CONTINUA A LEGGERE (CLICK HERE)

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16 marzo, ore 15:39 – Roma. (Adnkronos) – De Michelis parla della crisi libica e del ruolo dell’informazione GUARDA IL VIDEO

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9 MARZO 2011-Traduzione non ufficiale del testo integrale del discorso di SM il Re Mohammed VI alla Nazione Rabat -

“Sia lodato Iddio”. Preghiera e salvezza sul Profeta, la Sua famiglia e i Suoi compagni.

Caro Popolo,
mi rivolgo a te oggi per parlarti dell’avvìo della fase successiva del processo di regionalizzazione avanzata, con tutto il potenziale di cui è portatrice per il rafforzamento del nostro modello di democrazia e di sviluppo, con tutto quello che comporta in termini di riforma costituzionale profonda. Riteniamo che essa sia la chiave di volta delle nuove riforme globali che intendiamo avviare, sempre in perfetta simbiosi con la Nazione e tutte le sue componenti……CONTINUA A LEGGERE (CLICK HERE)

BRASILE – Nell’America del Sud il segno positivo prevale in campo economico e politico pur non mancando dati negativi. 10/03/2011 di Roberto Lovari

giovedì, 10 marzo 2011

Il primo trimestre del 2011 vede confermare il quadro positivo con cui l’area dell’America del Sud ha terminato l’anno 2010, pur con alcune zone negative. La vasta area geografica, forte di 17.813.281 chilometri quadrati con circa 400 milioni di abitanti, ha offerto agli osservatori internazionali sorprese sia in campo economico che politico. Tradizionalmente le crisi internazionali lasciavano ferite consistenti. Sorprendentemente l’ultima crisi ha visto la regione reagire e superare quelle difficoltà che tanti problemi hanno prodotto in altre regioni del mondo. Tra i fattori che hanno consentito il buon risultato sono stati i fenomeni di modernizzazione e stabilizzazione delle finanze pubbliche, sicuramente determinante è stata anche il crescente aumento della domanda e dei prezzi delle materie prime. La CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi dell’ONU) ha registrato una crescita del 6% ed una previsione del 4,2% per l’anno 2011. Tutti i paesi della zona cresceranno con indici diversi, tutti positivi fuorché il Venezuela che segna -1%. Risultati positivi vi sono stati anche sul piano politico e dell’espansione della democrazia nel continente, ferme restando le polarizzazioni e tensioni esistenti nella cosiddetta area bolivariana. Il Venezuela, con i paesi alleati della Bolivia e dell’Ecuador, continua a suscitare preoccupazioni in campo internazionale negli organismi dell’area, come la OSA (Organizzazione degli Stati Americani). Un contributo determinante agli aspetti positivi economici e politici è venuto dal Brasile, paese in crescente crescita economica e politica nell’area e nel mondo. La transizione tra la presidenza del popolarissimo Lula e la sua erede Dilma Roussef ha vissuto momenti di democrazia, di tranquillità, senza esagerazioni, senza precedenti nella storia non solo del paese, ma di tutta l’America Meridionale. I due mandati presidenziali di Fernando Henrique Cardoso (1994-2004) hanno visto il paese vincere la spaventosa inflazione e mettere ordine nella spesa pubblica con la legge di responsabilità fiscale, legge che impedisce a comuni, stati e governo federale spese non sostenute da entrate. I due successivi mandati di Lula hanno portato il Brasile ad avere un’economia sempre in crescita e vigorosi piani di lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali. Alla fine del 2010 ben 13 milioni di famiglie erano sostenute dal programma “Bolsa Familia” come strumento di ridistribuzione del reddito. Crescita economica e validi programmi sociali hanno consentito a Lula non solo di terminare il suo secondo mandato con una popolarità che oscilla tra l’83% e l’87%, ma anche di far eleggere il successore senza difficoltà.
La nuova “Presidenta”, Dilma Rousseff, quasi sconosciuta, con una formazione, diremmo noi, di “intellettuale di sinistra”, un passato di opposizione anche armata ai generali, per la quale ha subito anche prigione e tortura, non ha una grandissima esperienza di governo, sembrava essere destinata ad essere “una copia di Lula con il rossetto”, come ha scritto l’Economist. Sono bastati solo due mesi per dire al paese ed al mondo che la Dilma ha personalità e idee politiche sue, anche se non in contrasto con quelle del suo mentore. Sobria e parsimoniosa negli interventi e nelle presenza pubbliche, al contrario di Lula, la sua azione di governo sembra impostata ad una efficienza manageriale che sta creando non pochi problemi ad un apparato governativo che era abituato ai ritmi lenti di Lula. La Rousseff ha mostrato di voler dire la sua anche sul piano economico, invitando il governo e il parlamento a contenere le spese, ma, ha tenuto a ribadire, non a scapito della spesa sociale. Ha attenuato in vario modo la posizione di Lula sull’Iran, la cosa ha attirato prontamente l’attenzione di Obama che il 19 marzo andrà in Brasile. Il Brasile è ormai una potenza regionale e Obama vuole migliorare i suoi rapporti con l’area, le chiavi di questo processo sono a Brasilia, per non parlare dei riflessi che il suo viaggio potrebbe avere sui 45 milioni di “Hispanos” che vivono, e soprattutto votano negli USA. È riuscita a far approvare dal Parlamento il salario minimo mensile predisposto dal Ministero dell’Economia, respingendo le proposte strumentalmente massimaliste dell’opposizione e di piccoli settori della sua stessa maggioranza.
Situazione completamente diversa è quella dell’Argentina, sia sul piano economico che politico. Il paese non riesce ancora ad uscire dall’isolamento finanziario internazionale causato dal default del 2001. Certamente l’economia si è costantemente ripresa dal disastro prodotto dagli avvenimenti economici del 2001 – 2002. Secondo un seminario sulla situazione economica mondiale tenutosi a Washington, il problema è che la crescita argentina è difficile da definire, data la non credibilità dei dati sull’inflazione: secondo il governo di circa l’8%, secondo analisti indipendenti tre volte tanto, e questo da anni. Il quadro politico è stato stravolto dall’improvvisa scomparsa dell’ex presidente Nestor Kirchner, marito dell’attuale presidente Cristina Fernandez de Kirchner e vero uomo forte del peronismo. Dati gli insuccessi accumulati dalla “Presidenta”, l’ultimo e più clamoroso la perdita della maggioranza alla Camera dei Deputati nelle ultime elezioni del giugno 2009, sembrava cosa certa la candidatura di Nestor Kirchner alla presidenza ad ottobre 2011. Il paese vive da anni una forte polarizzazione politica, i Kirchner sono da tempo impegnati in un duro scontro con il grande gruppo dei media del Clarin. La forte emozione per la scomparsa improvvisa di Nestor Kirchner, che aveva accentuato la collocazione a sinistra del partito peronista, ha portato in alto i sondaggi di metà gennaio della Cristina, tali da permetterle una rielezione addirittura al primo turno, ciò grazie anche alle divisioni dell’opposizione.
Dove lo scontro e la spaccatura politica del paese non cessa di crescere è nel Venezuela di Chavez. Dopo aver perso i due terzi dei membri del Parlamento nelle elezioni del settembre 2009, prima che entrasse in funzione il nuovo parlamento, dove è presente di nuovo l’opposizione del MUD (Tavolo di Unità Democratica), Chavez si è fatto approvare una serie di leggi, tra cui la “ley habilitante”, una autorizzazione a legiferare per 18 mesi per decreto legge su materie significative.  Incurante dei rilievi mossigli dall’OSA per bocca del suo segretario generale, Chavez continua nel suo progetto di voler costruire un Venezuela socialista. Mentre continua a colpire duramente con ogni mezzo l’opposizione e i mezzi di informazione, Chavez non riesce a far uscire il paese dalla recessione economica e da una inflazione che è la più alta dell’America Meridionale, mentre gli indici di criminalità sono arrivati a livelli terrificanti.
Gli altri paesi del Sud America, semplificando, si potrebbero dividere in due gruppi: un blocco comprende Colombia, Perù, Cile ed Uruguay, un altro gli altri due paesi amici di Chavez, Ecuador e Bolivia.
In Perù si sta svolgendo la campagna per le elezioni presidenziali che si terranno il 10 aprile prossimo. I sondaggi danno in testa l’ex presidente Alejandro Toledo, per il secondo posto per il ballottaggio di giugno disputa accanita tra Kiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, e l’ex sindaco di Lima Castaneda.,
In Colombia, nonostante il permanere del terrorismo delle FARC, il presidente Juan Manuel Santos ha indici di approvazione dell’87%.
In Uruguay, un ex guerrigliero Tupamaro, Jose Mojica, ha potuto celebrare un anno di presidenza con buoni risultati economici ed in un clima politico sereno.
Tese rimangono le relazioni politiche in Ecuador e in Bolivia,che hanno la volontà di portare avanti processi di cambiamenti radicali e situazione economica in grande difficoltà. In Ecuador, nel settembre dell’anno passato, uno sciopero dei poliziotti ha messo in discussione la presidenza di Rafael Correa. In Bolivia è entrata in vigore la nuova costituzione che trasforma il paese in uno stato multinazionale, con forti ampliamenti dei poteri delle comunità precolombiane.
Il Paraguay vive una presidenza priva di grandi fatti politici con l’ex vescovo cattolico Fernando Lugo.

ARABIA SAUDITA -Verso uno Statodi Diritto e di Istituzioni – Lettera firmata da 40 intellettuali sauditi

giovedì, 10 marzo 2011

Lettera firmata da 40 intellettuali sauditi che chiedono urgenti riforme per garantire al paese sicurezza e stabilita’. SCARICA QUI LA LERRERA. Nella lettera  vengono auspicate in particolare 8 riforme: l’eleggibilita’ del Consiglio della Shura, il voto alle donne, la separazione dei poteri e lindipendenza della magistratura, la lotta alla disoccupazione e alla corruzione, la promozione delle attivita’ della societa’ civile, la liberta’ di espressione responsabile, il rilascio dei prigionieri politici, ed una piu’ giusta applicazione delle procedure giudiziarie. Il testo della lettera, pubblicato in arabo sul sito internet dawlaty.com (”il nostro paese”), e’ stato in tre giorni gia’ sottoscritto da oltre 2500 persone.

ARABIA SAUDITA – Trascrizione dell’intervista al Principe Talal Bin AbdulAziz mandata in onda da BBC Arabic TV il 17 febbraio 2011.

giovedì, 10 marzo 2011

Guarda l’intrevista su
http://www.bbc.co.uk:80/arabic/multimedia/2011/02/110218_saudi_reform.shtml

Qui di seguito riportiamo la trascrizione dell’intervista
Principe Talal: ciò che sta succedendo nel mondo arabo è il risultato
di tanti fattori, ma il fattore economico ed in particolare la
disoccupazione è quello più rilevante. L’altro fattore che conta è la
diffusione della democrazia e la partecipazione al processo di
decision making. Ho sostenuto da lungo tempo le riforme politiche e
non ho mai cambiato idea. Dobbiamo coinvolgere il popolo nel processo
di  decision making per poter  condividere la responsabilità politica.
Dobbiamo instaurare un dialogo trasparente per portare avanti queste
riforme.

Domanda: qual’è la corrente che resiste il dialogo per le riforme ?

Principe Talal: Non voglio fare dei nomi. Nessuno lo sa se le proteste
che affiggono il mondo arabo potrebbero estendersi anche al Regno
Saudita, ma non escludo qualsiasi possibilità. Chi governa questo
paese deve mettersi in guardia e prendere le iniziative necessarie per
attuare le riforme che la gente chiede. Re Abdullah è l’unica persona
capace di attuare tali riforme poiché ha la stima del popolo, e finche
il Re Abdullah non risolverà questa questione, il male emergerà ed il
futuro sarà buio. Ho avvertito di questa questione tante volte.

Domanda: la questione della successione e del trasferimento del potere
in Arabia Saudita è stata risolta ?

Principe Talal: solo Re Abdullah può risolvere questa questione, visto
che nessun’altra persona crede nelle riforme.

Domanda: quali sono i nomi di coloro che nella famiglia reale
resistono alle riforme ?

Principe Talal: non mi metta in imbarazzo.

Domanda: personalmente può giustificare la questione della
distribuzione della ricchezza e le notevoli indennità stanziate per i
membri della famiglia reale ?

Principe Talal: Per quanto riguarda i membri della famiglia reale c’e’
stata una raccomandazione del Re di sbarazzarsi degli stipendi
governativi e di creare un fondo per sostenere le famiglie bisognose
all’interno della famiglia reale. E’ ora di sbarazzarsi di questo
male.

Domanda: come commenta le proteste in corso nel Regno del Bahrein ed i
diritti della minoranza sciita ?

Principe Talal: Queste persone non sono degli spaventapasseri. Essi
fanno parte della popolazione indigena del Bahrein. Dobbiamo
concedergli i loro diritti per permettergli di assumere le loro
responsabilità verso lo Stato e la società. Non credo che ciò che sta
succedendo nel Bahrein sia causato soltanto dagli sciiti, sebbene non
si può negare totalmente il loro ruolo. Ma ci sono anche fattori
interni. Se il popolo del Bahrein fosse felice ed avesse una vita
stabile, nessun fattore esterno sarebbe in grado di incitarlo contro
il proprio governo.

Domanda: qual’è il ruolo svolto dalla tribù nella politica dell’Arabia Saudita ?

Principe Talal: Sfortunatamente, tutti i leader dei Paesi arabi sono
influenzati dalla mentalità tribale.

Domanda: l’alleanza tra le istituzioni politiche e religiose nel suo
paese possono bloccare le riforme politiche ?

Principe Talal: Esiste qualche esagerazione al riguardo. La storia
c’insegna che ogni volta che le decisioni politiche vanno prese
immediatamente, senza alcun riguardo alle resistenze del momento.
L’istituzione religiosa è rispettata e ha notevole influenza nel
Regno, ma non nella misura in cui altri pensano. Ad esempio,
l’opinione del Mufti sulle proteste in Tunisia ed Egitto rappresenta
un’opinione personale non vincolante. Con ciò intendo dire che il
Mufti non deve intervenire negli affari degli altri paesi. Non
concordo con l’opinione del Mufti che le proteste in questi due paesi
erano motivate dai nemici dell’Islam. Erano invece principalmente
motivate dal malessere della popolazione. Il Mufti  si dovrebbe
piuttosto consultare con gli esperti per conoscere meglio le ragioni
prima di pronunciare la sua Fatwa.

Domanda: come commenta il posto di Principe Ereditario ?

Principe Talal: Qualche anno fa il Re Abdullah ha firmato un codice
per sistemare questo posto, promettendo che tale codice sarebbe stato
riesaminato dopo un anno. Ora che sono passati tanti anni, chiedo che
tale codice sia riesaminato, poiché recentemente, con l’assenza di Re
Abdullah dal Regno, si è assistito a tante azioni mediatiche volte a
manipolare il futuro del Paese. Ora che Re Abdullah è presente nel
Regno la questione deve essere risolta.

Domanda: ha gradito la nomina del Principe Naif come Secondo Vice Premier ?

Principe Talal:  non voglio fare nomi, ma ritengo che sia ora
necessario attenersi al regime del Bai’a perché  ritengo che lo
spirito della Bai’a sia stato compromesso. Tali nomine potrebbero
mettere a repentaglio il popolo ed il futuro del Paese.

Domanda: sosterrebbe una monarchia costituzionale ?

Principe Talal:  concorderei se la monarchia del mio paese divenisse
simile a quella del Kuwait, o della Giordania oppure del Bahrein.
Aspiro ad una monarchia soggetta alla legge.

Domanda: come commenta l’annuncio della formazione del Partito
dell’Umma Islamica ?

Principe Talal:  questo partito non avrà successo poiché non esiste
nessuna legge che regola un regime multipartitico nel Regno
dell’Arabia Saudita.

Domanda: con gli eventi che hanno coinvolto il Presidente Mubarak, il
Regno ha perso un amico sincero ?

Principe Talal:  la cosa più importante è non perdere l’amicizia del
popolo egiziano.

Domanda: e la notizia che il Regno voleva fortemente  fino all’ultimo
minuto che Mubarak rimanesse al potere ?

Principe Talal:  non intendo commentare.

Domanda: torniamo alla politica interna.

Principe Talal:  Re Abdullah deve sfruttare la stima del popolo nei
suoi confronti ed agire tempestivamente per risolvere le questioni
sospese che minacciano il paese. Non è tardi per prendere delle
decisioni. È ad esempio necessario riformare il Consiglio Consultativo
del Regno trasformandolo in un’entità legislativa scelta dal popolo ed
allargando il suo ruolo di controllo. Le opinioni che esprimo in
questa intervista sono come quelle di Re Abdullah e di altri nove
fratelli nel 1957, ma Dio lo sa se è cambiato qualcosa d’allora !

MEDIO ORIENTE – Israele e Palestina – La Crisi Egiziana e i cambiamenti prodotti – 08/03/2011 Centro Studi Ipalmo

mercoledì, 9 marzo 2011

Il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è rivolto ad Abu Mazen, presidente dell’Autorità
nazionale palestinese, con lo scopo di riavviare le trattative bloccate ormai da due anni per l’acquisto di gas
naturale. Israele richiede quindi ai Palestinesi di poter comprare il loro gas naturale.

Dopo il sabotaggio del condotto a nord del Sinai, il 5 febbraio, l’Egitto ha infatti tagliato i rifornimenti che soddisfavano circa il 40% del fabbisogno di gas naturale dello stato d’Israele. Il contratto che tutelava queste forniture era parte degli accordi di Camp David stipulato nel 1978 fra Egitto e Israele. Nonostante le autorità del Cairo abbiano assicurato che la fornitura sarebbe stata rinnovata, il condotto è rimasto fin’ora chiuso. L’Israel Electric Corporation (IEC) è stato costretto a utilizzare, nel frattempo, riserve inquinanti come diesel, petrolio e carbone per soddisfare il fabbisogno di energia. Il giorno dopo l’esplosione, il ministro delle Infrastrutture Uzi Landau aveva dichiarato che occorreva “fare di tutto per migliorare la sicurezza energetica di Israele”.

Ora il primo ministro israeliano Netanyahu, alle prese con la protratta sospensione delle tradizionali forniture di gas egiziane si è rivolto ad Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, per discutere le condizioni d’acquisto di gas naturale. Israele pare intenzionato quindi a rivolgersi – un po’ a sorpresa – ai palestinesi. E alcuni media locali, parlano di “trattative avanzate”. Israele sarebbe infatti interessato a siglare un contratto che riguarda i 40 miliardi di metri cubi di gas naturale offshore del “Gaza Marine” e i 7 miliardi offshore di Noa Ashkelon che si trova in parte nelle acque palestinesi. Le operazioni di sviluppo ed estrazione offshore avrebbero un costo oscillante tra 800 milioni e un miliardo di dollari, e richiederebbero quasi tre anni di tempo. Non è la prima volta che lo stato ebraico avvia colloqui con i palestinesi sulle forniture energetiche, ma in passato non si era raggiunta un’intesa sul prezzo. Cosa accadrà? Sarà nuova crisi o si giungerà ad un accordo? Sicuramente Israele si trova oggi in una posizione differente che fino ad ora aveva temuto. La crisi Egiziana è infatti “l’incubo di Israele”, che abituata a considerare ormai gli 85 milioni di egiziani confinanti sul Sinai, neutralizzati dagli accordi di pace con Sadat e dai milioni di dollari versati in quasi 40 anni dagli Usa all’Egitto, teme di vedersi accerchiata da due nemici. Da una parte l’Iran che sogna la bomba atomica, dall’altra parte un Egitto dove, tornati a casa i ragazzi pacifici con cellulari e computer, il potere scivoli ai Fratelli Musulmani che il saggio Mahfouz aveva finito per detestare o, peggio, alle ali radicali del fondamentalismo salafita. Sarebbe quindi saggio per Israele propendersi in maniera più flessibile ai rapporti con i direttamente confinanti Territori Palestinesi Occupati.

Emanuela De Mattia

GENERE – Donne sull’orlo di una Crisi Mediorientale – Nazionalismo, Femminismo e Facebook 01/03/2011

lunedì, 7 marzo 2011

La rivolta mediorientale è rosa- A cura del Centro studi Ipalmo – Pubblicato da “Formiche” il 01/03/2011

Nel cuore delle proteste nei Paesi arabi le donne non sono soltanto madri, mogli e figlie. Le nuove generazioni di donne islamiche, senza lasciare le loro tradizioni, guardano con interesse i principi democratici e di uguaglianza dell´Occidente.
Contenuto inedito
L´ondata di protesta che sta investendo negli ultimi mesi i paesi arabi è stata caratterizzata, fin dal suo esordio in Tunisia, dalla presenza massiccia delle donne. Giovani, e non solo, che, nonostante le censure governative e religiose presenti nell´area, hanno voluto far sentire la loro voce sfilando in piazza. Tuttavia l´immagine delle donne è stata poco considerata, quasi fossero invisibili, o rappresentassero solo il volto “domestico” della protesta. Le parole dei cronisti ci hanno raccontato storie su come madri, mogli e figlie abbiano sostenuto mariti e fratelli impegnati nella mobilitazione di piazza attraverso la preparazione di cibi o fornendo vestiti puliti, riproponendo lo stereotipo della donna araba attenta al focolare e lontana dallo spazio pubblico, come recita il Corano: “Donne, rimanetevene quiete nelle vostre case”. (Q. Sura 33,33).
E proprio nei gruppi di maggiore rilievo, alcuni compaiono nella cronaca delle rivolte di questi giorni (gli Al-ikwan almuslimun “fratelli musulmani”, gl´harakat al-islah “movimento dei riformatori”, il fondamentalismo shiita degli hezbolla “partito d´Allah-Dio”, l´Al-Tawhid alislami “unificazione dell´islam”), persistono resistenze all´avvio di un processo di laicizzazione, di separazione tra religione islamica e Stato.
L´Islam è una Umma, una comunità di fedeli e di politici, inscindibile, di cui le donne fanno parte, nel ruolo di mogli e madri ma in questi giorni si sono colti dei segnali evidenti di mutamento nelle nuove generazioni, la presenza delle donne in questi tumulti è stato il simbolo che il cambiamento di rotta è in atto. Sono ragazze che guardano con interesse alla realtà occidentale, ai suoi principi di democrazia, di uguaglianza, di distinzione tra religione, tradizione e politica, ma che continuano nello stesso tempo a praticare la loro fede musulmana, nel rispetto delle loro tradizioni, senza rinunciare all´identità islamica.
Come dimostrano le immagini su TV, blog e social network, il protagonismo femminile è stato motore insostituibile delle rivolte di piazza in Tunisia, Egitto e Algeria, così come già successo nel corso della storia dei Paesi arabi: due anni fa nei tumulti di piazza iraniani che hanno accompagnato l´elezione di Ahmadinejad; in Egitto per lottare contro il regime coloniale britannico; nelle rivolte anticoloniali delle palestinesi negli anni venti del secolo scorso; nelle battaglie delle algerine durante la guerra di liberazione dalla Francia. Ma nell´era di internet tutto è cambiato, anche il modo di fare le rivoluzioni.
La disattenzione dei mass-media internazionali, non ha sottolineato la cospicua presenza femminile nelle rivolte, catturata invece dalle blogger e dalle cittadine impegnate nella divulgazione delle informazioni sui social network e Youtube, che ha scatenato in poche ore un tam-tam partito dalla Tunisia che ha coinvolto in poche ore, con una reazione a catena, l´Egitto, l´Algeria, il Marocco, la Giordania, l´Iran, l´Arabia Saudita e lo Yemen. Sono volti di donne coperti dal burka, dall´hijab o volti scoperti quelli che appaiono nei video girati che riescono a oltrepassare il muro del silenzio mediatico. Attraverso internet le attiviste mediorientali veicolano messaggi di emancipazione e libertà, riuscendo a sfuggire alle censure e a raccontare il loro impegno. In Egitto il volto più simbolico del momento è quello di Asmaa Mahfouz, 26 anni, il cui video di denuncia e protesta ha avuto una larga diffusione sul web. Il grido accorato di Asmaa, ha fatto di questa donna un volto della ribellione di Piazza Tahrir. Altro esempio è quello delle donne tunisine che, sempre attraverso il web, hanno minacciato provocatoriamente di presentarsi tutte in bikini in aeroporto all´arrivo nel Paese del leader islamico Rachid Ghannouchi, esiliato durante il governo di Ben Alì, e quelle dell´Associazione delle Femmes Democrates, hanno urlato i loro slogan per la cittadinanza, l´eguaglianza e la libertà nella “Carovana della libertà” davanti alla Kasbah. E ancora, tra i primi arresti degli scontri di febbraio ad Algeri, documentati da Twitter, figurano volti di giovani donne che hanno sfidato i cordoni della polizia a viso aperto. In Arabia Saudita, a Riyadh, 50 donne hanno manifestato, vestite di nero e sorreggendo cartelloni con slogan, davanti al Ministero degli Interni, sfidando il proibizionismo, chiedendo la liberazione dei prigionieri detenuti senza essere stati processati.
Un recente sondaggio di YouGovSiraj per anaZahra.com, website femminile, su un campione di 1.250 donne tra i 24 ed i 35 anni in 10 Paesi del Medio Oriente ci dice che l’85% delle intervistate usa Internet a casa e sul posto di lavoro, il 71% è iscritto ad un social network ed il 66% “chatta” quotidianamente.
Questo spiega perché Facebook, il più ´cliccato´, ha avuto un ruolo primario nella rivolta egiziana.
Voci che chiamano alla rivoluzione, che da anni portano avanti un impegno civile per la democrazia, attiviste dell´emancipazione per il riconoscimento sociale, politico ed individuale,che vogliono portare nei loro Paesi libertà e giustizia tout court. Le donne mediorientali, in particolare quelle più giovani, vogliono partecipare in prima fila a questa trasformazione del mondo islamico, sentono di avere oggi un´opportunità irripetibile per il loro riposizionamento all´interno della società e sperano, al termine delle rivolte, di riuscire a ricoprire posti di rilievo nell´organizzazione statale e nelle istituzioni politiche rappresentative.
La povertà, il caro prezzi e i regimi autoritari non sono l´unica causa delle rivolte. Alle donne più mature ma soprattutto alle nuove generazioni, le cui aspirazioni sono cresciute, che frequentano le università, navigano sul web ma sono disoccupate e con poche aspettative per il futuro, si sono unite quelle che vivono nelle periferie, tutte donne vissute nel mondo islamico tra le loro storie, quelle delle loro madri e delle loro nonne e che ora rivendicano più libertà, più considerazione e più opportunità.
Oggi, cercano un punto d´incontro tra tradizione e modernità, tra Islam ed Occidente, e, dopo aver sostenuto una frattura politico-sociale con doppio coraggio, quello nazionalista e quello femminista, le donne mediorientali hanno diritto al riconoscimento di un ruolo di primo piano nella nuova società che non potrà “lasciarle quiete nelle loro case”.

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MEDITERRANEO – L’esplosione delle Società Arabe: rischi e opportunità 01/03/2011

lunedì, 7 marzo 2011
Come evitare un ´rattrappimento baltico´ di Gianni De Michelis – Pubblicato da “Formiche” il 01/03/2011

I recenti avvenimenti hanno messo in discussione la concezione europea della struttura e la dinamica politica e sociale di questi Paesi. Il processo di trasformazione è solo all´inizio e questo aumenta l´importanza di quello che potrebbe fare l´Europa.
I recenti avvenimenti in Tunisia e in Egitto, che si stanno espandendo a tutta la regione, sollecita una riflessione sulla situazione attuale e sui possibili scenari futuri dell´area mediorientale e mediterranea.
I mutamenti in atto, conseguenti soprattutto all´aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, in particolare dei prodotti alimentari, si sono caratterizzati per una sorprendente rapidità evolutiva, imputabile principalmente ai mezzi di comunicazione, che ne ha reso difficile la gestione sia dal punto di vista politico che istituzionale.
Considerando che il processo di trasformazione è solo all´inizio, si rende necessario rivedere la nostra concezione sulla struttura e sulla dinamica politica e sociale di questi Paesi in vista delle azioni da intraprendere.
Il punto di partenza è la strategicità per l´Europa della scelta mediterranea, diventata ancor più centrale nello scenario successivo alla fine della Guerra fredda. Il passaggio dal contesto della Guerra fredda al nuovo assetto ha, infatti, comportato un cambiamento della situazione mondiale. In quel periodo il mantenimento dello status quo vigente poteva funzionare e, di fatto, ha poi funzionato. La fine di questo contesto ha però portato ad un capovolgimento e la strada dello status quo potrebbe rivelarsi l´opzione peggiore, anche se poi, nella realtà, si è seguita la regola “keeping the status quo”, soprattutto da parte dell´amministrazione degli Stati Uniti, in particolare riguardo alle posizioni nei confronti del conflitto israeliano-palestinese.
La politica americana, colta di sorpresa l´11 settembre 2001 dall´azione di al-Qaeda che, comunque, va ricordato, rappresenta solo una minoranza limitatissima nel mondo islamico, non ha permesso di capire fino in fondo quali fossero le nuove regole del gioco. Lo testimonia l´analisi che ha portato il presidente Obama all´inizio del suo mandato a giudicare giusta la guerra in Afghanistan e fallimentare quella in Iraq e, l´evoluzione democratica nel mondo arabo, rende utile un ripensamento sulla politica estera di Bush.
Il problema è capire come reagire e quali azioni intraprendere per aiutare l´evoluzione di questi Paesi verso una maggiore democrazia, come creare le condizioni per una convergenza, evitando i rischi di una divergenza e di una conflittualità.
Sicuramente la scelta mediterranea è la scelta prima dell´Europa e dell´Italia, necessaria per un ruolo non marginale nella nuova configurazione politica ed economica dello scenario internazionale. A partire, poi, da una riflessione per comprendere le ragioni del fallimento sia del processo di Barcellona che dell´Unione per il Mediterraneo, l´Europa, che si è limitata ad un comunicato ufficiale molto debole sulle auspicabili iniziative da intraprendere, deve accettare il rischio del cambiamento in atto nel Mediterraneo e creare, per quanto possibile, dall´esterno, le condizioni che permettano alle dinamiche politiche di manifestarsi e tenendo ben presenti le conseguenze, prima fra tutte quella di uno scontro molto forte con la leadership israeliana attuale, soprattutto da parte dei Paesi tradizionalmente ad essa “amici”.
Concretamente l´Europa dovrebbe rinegoziare l´Unione per il Mediterraneo, capirne il limite nella sua unilateralità seguendo la strada di un negoziato formale e paritario con i Paesi della sponda sud.
Una Cscm per il Mediterraneo che, sulla base dello stesso schema seguito in Europa dalla Csce, dia avvio ad un negoziato, in cui ogni attore ponga le proprie istanze, una conferenza con i capi di governo in cui si affrontino i problemi politici, economici e della sicurezza. Un contributo può essere inoltre reso con aiuti alimentari, tangibili ed immediati, per controllare un´esplosione sociale che potrebbe rivelarsi terreno fertile per l´islamismo radicale.
L´altra sfida da cogliere è quella dell´occupazione: 30 milioni di posti di lavoro da creare in Paesi con una forte crescita demografica e una mancanza di mobilità sociale. Si tratta di una questione di governance strategica che accomuna, con le dovute differenze, entrambe le sponde del Mediterraneo.
L´Europa deve poi superare la paura del terrorismo che nella scena politica araba rappresenta al massimo l´1% e supportare la presenza di partiti politici organizzati, base per la definizione di un modello democratico.
Al contrario, il rischio è di essere sopraffatti da forze che porteranno l´evoluzione di queste trasformazioni verso il conflitto. Ciò implica il superamento delle tradizionali politiche dei singoli Paesi europei affinché tutti si sentano più Mediterranei, a partire dalla Germania. Una tale posizione europea può trovare un´intesa con l´Amministrazione Obama e, soprattutto, rappresenta l´unica opzione possibile per il nostro Paese.
La crisi attuale può dunque rivelarsi un´opportunità soprattutto per il contesto Euro-Mediterraneo ma occorre individuare il modo di regolare il processo e contribuire a fissarne le linee guida, consapevoli dei prezzi che siamo disposti a pagare: cooperazione economica; creazione di un framework di sicurezza in cui inserire la questione di Israele; spinta decisiva ed irreversibile verso una soluzione del conflitto israeliano-palestinese, facendo leva anche sulla disponibilità di larga parte degli israeliani.
Se saremo portatori di questo “dare”, potremo pretendere un “avere” da parte dei Paesi arabi nell´accettazione di un supporto verso una transizione. In questo senso il governo italiano dovrà premere in sede europea.
Se il negoziato non sarà percepito come paritario, l´alternativa sarà inevitabilmente quella che io definisco del “rattrappimento baltico” e l´evoluzione di queste trasformazioni prenderà la via sbagliata del conflitto anziché quella del compromesso.

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C40 Seoul Summit Abstract and Declaration. LIVIO DE SANTOLI – COMITATO STRATEGICO IPALMO

venerdì, 23 aprile 2010

Oggetto: partecipazione a C40 Large Cities Climate Summit, Seul, 18 e 19  maggio 2009

Che cosa è il C40.

Nel 2005, su proposta del precedente sindaco di Londra Ken Livingstone, fu  stabilito il gruppo C40 con la partecipazione dei sindaci delle città più importanti del mondo.  Inizialmente aderirono 18 città tra cui: Londra, New York, Tokyo e Parigi, ma in seguito il gruppo si  allargò alle 40 città più grandi. Nel 2006, la Clinton Climate Initiative, un programma di Bill Clinton, è  diventata il principale partner del C40. Il primo Summit si svolse a Londra (2005), il secondo a New  York (2007), e questo di Seul è il terzo meeting che pertanto prevede un cadenza biennale. A Seul  sono intervenute 65 città, con 24 sindaci (tra cui: Londra, Toronto, Tokyo, Seul, Copenhagen, Sydney,  Addis Abeba, San Paolo, Lima, Bangkok, Città del Messico, Nuova Delhi), 13 assessori di  Amministrazioni locali (tra cui: New Yort, Melbourne, Pechino, Parigi, Rio de Janeiro, Atene, Los  Angeles) e 28 delegazioni. Nella sessione di apertura a Seul sono intervenuti Bill Clinton, il Primo  Ministro della Corea del Sud, il sindaco di Seul, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban KI- Moon, il sindaco di Londra Boris Johnson. Per l’Italia era presente, oltre alla città di Roma, anche  Milano con l’Assessore all’Ambiente (MIlano comunque non è membro del C40).

Qual’è il compito del C40. Le città hanno un ruolo chiave nella lotta contro l’inquinamento ed il  cambiamento climatico, in particolare per la grande responsabilità che esse hanno sulle loro cause.  Infatti, le città consumano il 75% dell’energia mondiale e producono quasi l’80% delle emissioni di  gas-serra, benchè occupino appena il 2% della superficie complessiva della terra. Ecco perchè risulta  importante un coordinamento tra le grandi città per presentare i relativi programmi e i comunicare i  risultati conseguiti per ridurre le emissioni e combattere il cambiamento climatico.

Qual’è stato il risultato del Summit. Il C40 ha sottoscritto al termine del Summit la Dichiarazione di  Seul, che si riporta in allegato. La Dichiarazione aggiorna lo stato dei lavori e ribadisce l’impegno di  ciascuna città firmataria sulle tematiche dell’efficienza energetica, della gestione dei rifiuti, dei  trasporti, della conservazione dell’acqua, dell’illuminazione esterna. Clinton Climate Initiative ha  sviluppato, insieme a Microsoft, rendendolo disponibile on-line, uno strumento di misura delle  emissioni per facilitare la standardizzazione tra i vari governi locali e la quantificazione dei risultati ottenuti.

Prossimi appuntamenti. C40 sarà presente con una propria sessione di lavoro al prossimo COP15,  Conference of Parties (Copenhagen, dicembre 2009, dove verrà discusso l’impegno internazionale  sul clima). La Dichiarazione di Seul non potrà essere presentata come posizione al COP15, ma  contiene la comunicazione chiave delle grandi città per i governi nazionali presenti al COP15 chiamati  a sottoscrivere l’impegno post-Kyoto. In particolare il C40 richiama i governi centrali ad ingaggiare,  rinforzare e finanziare le loro città per affrontare e combattere in modo congiunto il problema del  cambiamento climatico.

Sulla base dei lavori di Seul, occorre rafforzare il rapporto internazionale sul tema dei  cambiamenti climatici (anche perchè la precedente Amministrazione poco ha fatto in questo  campo). Per conquistare un ruolo importante per Roma (le altre città europee e mondiali in  qualche modo se lo aspettano), si propongono le seguenti azioni a breve.

Maggio 2009 – Approvazione in Consiglio del programma triennale (2009-2012) di energy  management del Comune di Roma
Giugno 2009 – Organizzazione di un workshop alla Facoltà di Architettura Valle Giulia per un accordo  con gli architetti italiani sulla progettazione sostenibile degli edifici. Prevista la partecipazione di Rifkin  e di due grandi architetti italiani (Cucinella e Boeri). Verranno invitati 20-30 studi di progettazione  provenienti da tutta Italia.
Settembre 2009 -Preparazione del documento “Politiche e Misure della Città di Roma per affrontare il  tema del Cambiamento Climatico”, sulla base della Dichiarazione di Seul e del Piano Azione  recentemente approvato dal Consiglio Comunale (marzo 2009). Il Piano d’azione deve essere  comunque integrato con il programma di Energy Management del prossimo triennio (2009-2012).
Ottobre 2009 – Conferenza congiunta Roma-Milano per la presentazione del documento “Politiche e  Misure della Città di Roma per affrontare il tema del Cambiamento Climatico” (anche Milano prevede  la redazione del documento entro settembre 2009). Durante il Summit è stato ipotizzato un  programma di massima con Milano.
Novembre-Dicembre 2009 – Organizzazione di un Convegno Internazionale sull’Energia con la  partecipazione delle città di Londra, Parigi, Copenhagen. Durante il Summit è stato ipotizzato un  programma di massima con Londra. Importante: prevedere comunque uno spazio sul clima in un  eventuale incontro ufficiale con Boris Johnson (molto attivo sull’argomento).

Livio de Santoli, 20 maggio 2009

C40 Large Cities Climate Summit SEOUL
18 –21 May 2009

Seoul Declaration

We, the government leaders and delegates of C40 cities,

Having met at the third Summit of the C40 Climate Leadership Group (hereinafter  “Group”) in Seoul,  Sharing the view that the earth and human beings are facing serious threats  caused by climate change and that it is necessary to address these challenges by
taking immediate and collective actions based on the principles of co-existence,  mutual benefit, and common but differentiated responsibilities.

Recognising that at present over 50% of the world’s population lives in cities, which now account for 75% of global energy consumption and 80% of global greenhouse gas emissions and at this rate, by 2030, two thirds of the world’s population is
predicted to live in urban areas,

Further recognising that densely populated cities and their citizens are facing fundamental lifestyle changes in the areas of housing, transportation, and other services, and, at the same time, are exposed to numerous threats, including extreme
weather events, natural disasters and newly emerging diseases,

Reaffirming that cities must take responsibility for their contribution to climate change, and establish and implement immediate and practical measures for the mitigation of greenhouse gas emissions and adaptation to the threats caused by climate change
at the individual city level,

Further reaffirming that it is important for C40 cities to cooperate with all cities around the world and share best practice and technologies, and that cities in developed countries need to assist the efforts of cities in developing countries in taking actions as they are more vulnerable to climate change and have lower capacity to cope with environmental hazards,

Proclaim that:

C40 cities hereby set a common goal of transforming themselves into low-carbon cities, by cutting greenhouse gas emissions to the largest extent possible, by adapting themselves to the unavoidable climate change consequences, by making cities less vulnerable to climate change, and by enhancing cities’ capacity for remediation.

C40 cities identify their current level of carbon emissions from all city operations and stages of community development including urban planning, design and infrastructure building. Cities reduce emissions wherever possible through policies, programmes and projects and taking steps to negate the impact of remaining emissions.

C40 cities continue to catalogue and monitor their greenhouse gas emissions and implement Climate Change Action Plans. C40 cities include targets for greenhouse reductions and specific policies, projects and programmes with a schedule for implementation wherever possible. The majority of C40 cities have already completed Climate Change Action Plans. C40 cities that are reviewing existing plans or developing new Climate Change Action Plans are asked to consider the measures presented in the attached Annex: Policies and Measures to Address Climate Change. The 2011 C40 Summit will include a review of progress on the implementation of
Climate Change Action Plans.

C40 cities actively work together to accelerate delivery of low-carbon technologies, programmes and financing, including through active coordination in procurement of specific technologies through the C40 Secretariat.

C40 cities work collaboratively with the United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) and other international bodies, national governments, non-governmental organisations, and eco-friendly businesses, including sharing
goals and experiences and, in some instances, engaging in joint projects, and providing resources. We are committed to delivering common awareness and measures outlined in the UNFCCC to reduce greenhouse gas emissions and tackle
climate change

In the run up to the COP15 United Nations Climate Change Conference in Copenhagen in December 2009, the leading role of cities in the global effort against climate change must be recognised. C40 cities and all cities with shared goals, must be engaged, empowered and resourced, so that cities can work together to deliver on greenhouse gas reduction targets and stop climate change.

Cities will notify the C40 Secretariat of the names of staff in charge of climate change policies and programmes to enhance implementation of various action items set forth in this Declaration, as well as report on their established targets and achievements at the 4th C40 Summit and subsequent summits

The C40 Climate Leadership Group calls upon cities and their citizens to exert their efforts to address the threats caused by climate change for the benefit of all the people and future generations.

Adopted on May 21, 2009, at the 3rd C40 Large Cities Climate Summit, held in Seoul
Korea

Annex
Policies and Measures to Address Climate Change in Cities

To tackle climate change, cities shall adopt and implement policies and measures most suitable to their circumstances. It is important that C40 cities cooperate with all cities around the world and share best practices and technologies. The Clinton
Climate Initiative has developed a Measurement Tool that each C40 city can use to calculate a baseline inventory of current emissions. The tool will also allow cities to
track progress on their climate change goals.

In establishing their own Climate Change Action Plans, cities will give preferential consideration to the following measures proven to be effective in many cities.

1. To take a systematic and secure approach, take institutional measures such as enacting city ordinances based on technical studies, engaging in long-term planning, and establishing Climate Change Funds.
2. To avoid, mitigate, or delay the impact of climate change by reducing greenhouse
gas emissions:
i. adopt eco-friendly architectural design guidelines for construction, lighting, and insulation, etc., introduce a new and renewable energy certification, mandatory ratio of new and renewable energy for new and renovated buildings, and promote eco-friendly buildings and rationalise energy consumption by providing incentives for energy-efficient designs;
ii. establish a sustainable transport system through policies that favour public transit and encourage the use of bicycles, promote sustainable land-use and urban design, including preserving natural landscape, continuous expansion of green areas and other eco-spaces and conduct urban planning with focus on low-energy consumption;
iii. expand citywide resource reclamation and reuse facilities and promote recycling programmes, and
iv. raise the share of new and renewable energy in the total energy mix.

3. To adapt cities to the unavoidable climate change consequences, providing citizens with a secure environment and higher quality of life by conducting forecasting analysis and thus minimising the damages caused by climate change:
i. prepare for disasters by building infrastructure and establishing management plans that will protect citizens against extreme weather events;
ii. ensure networks such as disaster information systems and weather observation facilities are in place ;
iii. prepare measures to protect population groups most vulnerable to intense heat waves and improve the monitoring and control systems for communicable and other diseases;
iv. strengthen ability to anticipate changes in the urban eco-system, improve monitoring of air and other types of pollution, and enhance early warning systems;
v. improve energy demand management, such as ability to forecast and respond to fluctuations in seasonal energy demands;
vi. reflect climate change impacts, such as heat island effects, in the urban planning process; and
vii. improve water resource management.

4. To promote the engagement of city residents to address climate change
effectively:
i. provide tools for measuring individual carbon footprints and the amount of emission generated by normal, daily activities of citizens;
ii. develop and promote practical ways for a low-carbon lifestyle,
iii. support activities of civic organisations to tackle climate change.
iv. Promote environmental educational policies to prepare next generations for climate change and to think on what citizens can do to develop a sustainable lifestyle and mitigate greenhouse gas emissions

AFGHANISTAN . LA POSTA IN GIOCO. ENRICO DE MAIO – COMITATO STRATEGICO IPALMO

venerdì, 23 aprile 2010

Le motivazioni profonde dell’intervento occidentale

Forse i talibani sarebbero ancora i padroni dell’Afghanistan se non vi fosse stato il  risolutivo intervento degli americani nell’autunno dopo l’11 settembre 2001. Il popolo afgano resterà eternamente grato a Washington per averlo liberato da una così grande
iattura (così come il popolo europeo liberato dall minaccia nazista durante la seconda  guerra mondiale).

Pur tuttavia la politica estera di qualsiasi Paese(anche di uno come gli Stati Uniti che hanno fondato il multilateralismo col Presidente Wilson , il quale creò alla fine della World War II the Society of Nations, poi diventata ONU) è per definizione motivata da
considerazioni e scopi egoistici. E’ sempre stato cosi, anche se si è dovuto attendere Machiavelli per la teorizzazione. Nessun Paese entra in un guerra e manda a morire i suoi  figli se non ha degli unberable dangers da neutralizzare o dei vantaggi da trarre.

Cosi tornando all’esempio americano (ma ciò è vero per tutti i Paesi) l’intervento USA  contro Hitler fu per salvare l’Europa , ma al contempo per preservarsi dal pericolo mortale di un nazismo dominante nell’Eurasia e potenzialmente nel mondo.

Così, per tornare a noi, la motivazione dell’intervento americano dopo le twin towers non è stata tanto quella di liberare un paese amico dai Talibani (dominavano l’Afghanistan già da quasi un lustro e nessuno si era mosso) , ma è stata una sacrosanta reazione all’11 Settembre ed il primo robusto gesto di un lotta senza quartiere al terrorismo, che aveva ferito come mai accaduto prima il cuore dell’America ed il centro del mondo occidentale. Questo era ed è il mandato di Enduring Freedom. La Coalizione, la NATO il sostegno politico ed economico all’Afghanistan e la prosperità del suo popolo sono conseguenze e corollari, meritori e benvenuti, ma non necessariamente la causa profonda .

Ad essa si connettono priorità politiche tanto importanti per quanto inconfessate,ma ben chiare agli osservatori piu attenti:

  • esportazione della democrazia nel bel mezzo di Paesi autocratici (da quelli centroasiatici a i paesi del Golfo, dall’Iran al Pakistan, dalla Russia fino ancora alla Cina) ;
  • una base militare in un paese di grande importanza geostrategica alle costole dell’Iran e/o degli ex Paesi satelliti della Russia ;
  • nuova linfa vitale alla nato obsolescente con un successful outreach, prodromo di altri analoghi in altre parti del mondo (potenzialmente la NATO – controllata da Washinghton – come sentinella nel mondo).

Queste sono verosimilmente le priorità degli americani. Sono esse condivisibili? Alcune forse si da parte dell’Occidente ed in particolare dei paesi NATO. Certamente no da parte delle Potenze Regionali. Pertanto queste contrastano –apertamente o di nascosto ma con molta determinazione – gli sforzi USA e NATO.

Il risultato di tutto ciò è lo stallo che viviamo ormai da un lustro. La unica via di uscita è studiare e capire le cause profonde ed i differenti obbiettivi di tutte le parti coinvolte. Si sarà cosi in condizione di agire con intelligente determinazione al fine di trovare una
soluzione che accontenti nel limite del possibile tutti quanti, sia i paesi più presenti e presenzialisti sia quelli meno presenti e più discreti, ma non per questo meno importanti e determinanti.

Un Afghanistan destabilizzato:chi può trarne profitto

Tentiamo una brevissima sinossi dei possibili obiettivi di alcuni importanti Paesi:

Pakistan: destabilizza l’Afghanistan fors’anche per paura che una volta pacificato gli sia nemico,che lo accerchi alleandosi coll’India. Non sapendo bene cosa fare continua ad esportare i terroristi, di cui ha una inesauribile fucina nelle sue madrasse; anche nel
quadro della crociata sunnita contro la apostasia sciita-iraniana presente in afghanistan.

Russia: non aiuta i talibani pashtuns e continua ad appoggiare i panshiri, ben memori del suo appoggio contro l’avanzata dei talibani. La Russia ha paura di un Afghanistan pacifico e democratico che:

  • influenzi negativamente i paesi centroasiatici e che i Quisling che hanno lì messo al potere siano cacciati ;
  • attragga verso sud pipelines e scambi commerciali, che preferisce mantenere lontani dal mare caldo (tanto agognato nel passato quanto ormai definitivamente perduto);
  • dia una base militare agli americani.

Arabia Saudita: spera di cambiare l’anima hanafita e fondamentalmente sufista degli afgani a favore di una deobandista (vedi sopra Pakistan)

Iran: potrebbe forse preferire un Afghanistan instabile cosicchè gli USA, già  intrappolati in Iraq, non pensino di attaccarlo.

India: un fronte occidentale aperto per il Pakistan certamente fa il suo gioco,distrarre cioè Islamabad dal versante orientale ( Kashmir), dove si riverserebbero i fanatici islamici se l’Afghanistan si pacificasse.

USA: finchè l’Afghanistan resterà instabile essi avranno la giustificazione di restare nell’area e di minacciare l’Iran (flexe the muscles).

Ricordato che la NATO ha trovato l’elisir di nuova vita nell’outreach in Aghanistan, si può, per concludere, comprendere come, in una visione cinicamente machiavellica dei giochi politici dei vari stakeholders, la continuazione dell’instabilità in Afghanistan possa
in qualche modo fare il gioco di molti.

Un Afghanistan stabile: chi potrebbe trarre profitto dalla pace

Tentiamo una possibile sinossi dei possibili interessi di alcuni importanti paesi :

Pakistan: la terra che è stata dei talibani per un lustro, potrebbe diventare moderata e di buon esempio alle North-west provinces e ai FATA. La interferenza dell’ISI si ridimensionerebbe e si dedicherebbe alla causa ben più valida del Kashmir. La macchia che offusca internazionalmente l’immagine del Paese che ha aiutato i talibani potrebbe diradarsi.Il contoverso Zardari potrebbe dare lustro ad una presidenza conquistata grazie al martirio della moglie, B. Bhutto. Il commercio potrebbe fiorire tra i due paesi. Le pipelines passare per l’Afghanistan ed arrivare a Gowar, portando ricchezza al paese ed in particolare al turbolento Baluchistan.

Russia: se scoppiasse la pace, USA e NATO dovrebbero andarsene dall’Afghanistan. Un Governo con panshiri in posizione di potere potrebbe non essergli nemico. La Russia è piazzata meglio di ogni altro per sfruttare le ricchezze del sottosuolo afgano, che ben
conosce dopo dieci anni di occupazione.

Arabia Saudita: anch’essa ha una macchia simile a quella del Pakistan : aver aiutato i finanziariamente i talibani e forse anche Bin Laden. Tale macchia potrebbe essere cancellata ed i Paesi del Golfo potrebbero beneficiare dei nuovi commerci.

Iran: come la Russia, vedrebbe allontanarsi la minaccia degli USA e della NATO. Quanto alle ricchezze minerarie ve ne sono molte nelle terre degli Hazara shiiti. L’apertura delle pipelines in Afghanistan sarebbe uno sviluppo estremamente positivo per Teheran.

India: il paese più apprezzato oggi dall’Afghanistan potrebbe approfittare della pace per stabilire forti relazioni economiche. Inoltre potrebbe mantenere i suoi consolati in funzione antipakistana.

USA: potrebbero finalmente celebrare una vittoria in politica estera dove hanno collezionato una serie di fallimenti a cominciare dall’Iraq che è nella stessa area geopolitica dell’Afghanistan.

Da non dimenticare infine la NATO che potrebbe vantarsi di un successo nel primo outreach della sua storia.

La situazione attuale: un vicolo cieco

LA INSURGENCY

L’opinione pubblica mondiale ritiene,piu a torto che a ragione, che dopo l’intervento americano dell’ottobre 2001, nulla di sostanzialmente positivo sia accaduto in Afghanistan. La insurgency è endemica e controlla un terzo del territorio. La si identifica
con i Talibani, gli afgani e i crossborders ; con i terroristi afgani e non (compresa Al Qaida) ; con i narcotrafficanti ; con i signori della guerra.Ma oltre ai summenzionati, gli insorgenti sono anche gli afgani che non sopportano le truppe straniere (comprensibilmente insofferenti verso lo show of force) o gli stranieri (« big white cars »), ovvero che, combattendo,semplicemente vogliono guadagnare qualche soldo o qualche soldo in più ; piu’ in generale coloro che pensano che i costi dell’occupazione straniera superano i benefici degli aiuti internazionali. Si tratta insomma di una galassia ben lungi dall’essere omogenea o monolitica,e ben lontana dal potersi
identificare solo coi talibani, “reductio ad unum” furbesca ma inaccettabile.

La denominazione «taliban» continua infatti ad essere usata surrettiziamente dai media occidentali, ingenuamente da altri: la parola « talibans» è così negativa che fa comodo agli americani che continuano a chiamarli così. In verità « taliban » ha una connotazione
semantica molto precisa( alunno del mullah ), da non confondere con i pashtuns nè da inflazionare quando si parla di insurgency . Ma serve….. :si difffonde cosi la immagine ed il pericolo dell’edizione estremistica dei talibani, che vogliono imporre la sharia in
Afghanistan per renderlo un paese rigorosamente deobandista, isolato da tutto e da tutti, innanzitutto dagli occidentali portatori di vizio. Insomma il talibano come un novello Saladino da combattere con una nuova crociata.

LA DONOR’S FATIGUE

Come che sia, se non si esce dal vicolo cieco, la donors’ fatigue si accentuerà, ancor più nel settore militare dove qualche morto occidentale in più potrà provocare una tendenza al ritiro. Per capire ciò bisogna anche ricordare le motivazioni dell’impegno di alcuni paesi europei in Afghanistan. Così ad esempio la Spagna è intervenuta non per amore dell’Afghanistan o della NATO, ma per marcare la differenza con l’Iraq da cui Zapatero aveva deciso di ritirarsi. Mutatis mutandis, un discorso analogo può valere per la
Germania, che deve però tenere ora conto che due terzi della popolazione è contraria. Quanto agli Stati Uniti è possibile una sconfitta dei repubblicani a fine d’anno : se così sarà, il dogma della lotta al terrorismo sarà intaccato e scomparirà probabilmente la
balsana idea di esportare la democrazia nel mondo, a cominciare dai paesi mussulmani. L’Italia da parte sua, che si è coinvolta in Afghanistan più per la presenza dell’ex Re a Roma che per ragioni geostrategiche, potrebbe a fronte di difficoltà di politica interna
ridurre il suo impegno. La Francia non è mai stata in prima linea anche se con Sarkozy le cose potrebbero cambiare e , viceversa colle vittime francesi. E cosi via..

LO STALLO MILITARE

Comunque parliamo di un paese a tradizione hanafita (cioè sostanzialmente estraneo a logiche gerarchiche e centralistiche), popolatissimo di warlords le cui milizie ammontano a 130.000 unità (contro le 35.000 governative), capace di sconfiggere un esercito potente e coeso come quello sovietico forte di 120.000 uomini. Vi è da domandarsi se sia politicamente risolutivo che le forze ISAF passino da 40.000 a 80.000 unità o se invece non si tratterebbe di un ennesimo pannolino caldo-if not burning-ancorchè
contingentemente utile; ovvero se non è piuttosto necessario concentrare gli sforzi nella formazione di un esercito (e di una polizia ) afgano: è di questo che ha bisogno il paese piuttosto che di altre truppe straniere, necessarie e ancora gradite quanto si vuole, ma pur
sempre un’arma a doppio taglio..

Ma ancora di piu vi è da chiedersi se non è tempo di dedicare energie serie ad una strategia politica di ampio respiro (senza un “ track” diplomatico parallelo l’esercizio di stabilizzazione dell’ ISAF rischia di diventare uno “stop-gap”.

A parte il governo afgano, non mi pare che sia stata formulata questa strategia politica di largo respiro da parte degli USA; invero non c’era fin dall’inizio, chè altrimenti nell’ottobre 2001 la coalizione non si sarebbe limitata a cacciare al qaeda e i talibani in
Pakistan senza consolidare la vittoria e il vantaggio tattico,né avrebbe lasciato scappare i numerosi uomini dei Servizi Segreti pakistani che anche nel momento della sconfitta erano rimasti accanto ai Talbani ed ai terroristi. Ma allora era “à la guerre comme à la guerre” e le esigenze militari facevano ovviamente premio. Ma dopo 6 anni è tempo di liberarsi dalla matrice bellica, è tempo di fare parlare i civili e non solo i militari, è tempo di brandire le armi della diplomazia cui vanno subordinate quelle della counterinsurgency.

Gli occidentali sono in Afghanistan per fermare la insurrezione (che invece di calare cresce), per portare sicurezza (che però non aumenta ed è paradossalmente « jeopardised » dalla loro stessa presenza che alimenta diffidenza e talvolta rabbia); per
porre le basi di una democrazia ( non capendo però compiutamente che essa sarà diversa dalla loro, essendo ben diversi la storia , le tradizioni, la religione); per pagare salari ( anche a se stessi) per iniziare la riabilitazione e se possibile lo sviluppo (facendo però
arrivare nelle tasche degli afgani molto meno della metà di quanto stanziano, che di per sè è già poco essendo il più basso aiuto pro-capite dei paesi post-conflitto).

Per contro la strategia delle Potenze Regionali non è dichiarata ma si sa qual’è : premesso che esse non partecipano allo sforzo contro la insurgency, quel che vogliono è semplicemente che se ne vadano le truppe straniere dagli americani alla NATO.
Ricordiamoci Cuba : quando Kruschev tentò di installarvi i missili, Kennedy minacciò la guerra e l’URSS rinunciò alla base militare. Essa smise così di interferire in un emisfero antipodale al proprio. Mutatis Mutandis gli USA debbono andarsene non solo dall’Iraq,
ma anche dall’ Afghanistan : così pensano la Russia e l’Iran e forse la Cina e –in qualche modo-la stessa India.

Una possibile strategia

AFGHANISTAN PAKISTAN INDIA

La migliore perchè olistica, ancorchè la più complicata, è quella di coinvolgere anche l’India in un negoziato di grande respiro per l’area e di risolvere concomitantemente l’annoso problema del Kashmir. In entrambi i casi si dovrebbe tendere a chiudere il
contenzioso sulle linee di confine attuale, la Durand Line tra Afghanistan e Pakistan e la Line of Control tra India e Pakistan. In entrambi i casi, si dovrebbe lasciare aperta la porta a consultazioni fra le popolazioni locali affinchè possano in qualche modo
esprimersi sul loro futuro e nel frattempo beneficiare di una libera circolazione di merci e persone. Dovrebbe essere lanciato un Piano Marshall per entrambi : dopo tanta miseria e tragedie meriterebbero un raggio di speranza ed un segno tangibile della solidarietà internazionale, quella vera, quella fatta di pane e non di armi. Se si calmassero le acque nei due tradizionali focolai di conflitto nell’area, un processo virtuoso di relazioni economiche e commerciali potrebbe svilupparsi, provocando benessere anche per le aree limitrofe.

L’India risolverebbe così il più volento dei suoi problemi di confine con la soluzione che ha da sempre auspicato (ancorchè forse unfair ; ma questo non importa…). Il Pakistan riconoscerebbe ad est la situazione di fatto (la LoC) e si vedrebbe ad ovest riconosciuta la Durand Line : un guadagno netto, anche per i ricchi commerci che potrebbero svilupparsi sui due versanti e, ancor più, per l’uscita di Islamabad dalla situazione di sostanziale isolamento politico internazionale in cui versa da anni. Last but not least, l’Afghanistan,
che avrebbe fatto la concessione di riconoscere formalmente la Durand Line (un confine però che è lì da oltre un secolo…..), ma avrebbe in cambio finalmente la stabilità ed il progresso (commercio, pipelines, aiuti economici)

AFGHANISTAN PAKISTAN

Invero ridotte, ma non molto dissimili –ancorchè meno stabili e sostenibili-sarebbero le conseguenze che sortirebbero da un Accordo limitato a Pakistan ed Afghanistan : quest’ultimo potrebbe offrire il riconoscimento della Durand line a patto che finiscano le infiltrazioni e gli aiuti del Pakistan e dell’ISI ai talibani. Karzai potrebbe mettere alla prova Zardari per due anni : solo dopo che si fosse constatata la fine della insurrezione fomentata da Islamabad, l’Afghanistan potrebbe concedere il riconoscimento del confine.
Fin dall’inizio dei due anni di prova, dovrebbe scattare un « Piano Marshall »(altra splendida idea degli USA, una manna salvifica per il popolo europeo ridotto alla fame, ma anche una necessità dell’industria americana che aveva bisogno del mercato europeo),
di modo che i pashtuns dell’area ne colgano i benefici già prima della fine dei ventiquattro mesi ed accettino di buon grado o obtorto collo la formalizzazione dei confini.

(da ricordare che il Piano Marshall potrebbe essere tranquillamente coperto da una porzione del bilancio militare delle truppe occidentali in Afghanistan).

Afghanistan. Il tentativo dei Leads: l’Ufficio italiano giustizia a KabulAmb. Jolanda Brunetti – Comitato Strategico IPALMO

giovedì, 22 aprile 2010

Dopo la tragedia delle Due Torri e la guerra ai Talibani da parte della Coalizione,vi fu un momento di grazia durante il quale malgrado la mancata cattura di Bin Laden,si pensò che il conflitto era finito e che quindi potessero cominciare le operazioni di ricostruzione dell’Afghanistan.Un Paese distrutto da oltre 20 anni di guerra e comunque isolato da sempre per la sua configurazione geografica con il suo sottosviluppo economico e sociale.

I Paesi che avevano mostrato da tempo interesse al superamento del regime talibano anche prima degli ultimi accadimenti, si riunirono prima a Bonn nel 2001 e poi a Tokyo nel 2002 per stabilire un programma di rifondazione delle istituzioni dello stato afghano. Era interesse comune riportare il Paese nella comunità internazionale e promuovere l’affermarsi della società civile, dopo anni di guerra e di malgoverno. Oltre a prendere una serie di impegni finanziari a favore della ricostruzione, essi si divisero i compiti di riportare il Paese allo stato di diritto e alla pace.

Nessuno si illudeva che il compito fosse semplice o breve, ma forse nessuno aveva valutato esattamente la difficoltà di portare nel ventesimo secolo un Paese che era ancora nel medioevo, malgrado l’esistenza di uno sparuto gruppo di Afghani validi ed impegnati, che avevano vissuto all’estero o che avevano sempre avuto contatti con l’Occidente. Questi, assunti vari ruoli a Kabul e persino nelle province, sembravano capaci di guidare la rinascita o il progresso verso obiettivi apparentemente condivisi da una popolazione stanca di guerra e di abusi,con il sostegno finanziario e tecnico dell’Occidente. Questo corso venne sostenuto specialmente dalle donne, finalmente liberate dal regime talibano,che speravano di uscire dal ruolo di fattrici ignoranti che gli era riservato anche dalle usanze tribali, e vedevano aprirsi una prospettiva di superamento della loro condizione di grave sudditanza. Esse infatti parteciparono con grande entusiasmo e coraggio alle varie conferenze di organizzazione del futuro.

Adesso si fa finalmente strada il principio che la pace in Afghanistan non si raggiunge con la vittoria contro l’insorgenza, nè con precari accordi con i “talibani buoni”,ma piuttosto con la stabilizzazione dell’intera area centro asiatica e l’apporto di tutti gli Stati confinanti, oltre a Stati Uniti, UE, Russia, Cina,India e NATO. Ma a quel momento forse per una certa dose di ingenuità si credette di poter risolvere i problemi afghani con attività di “institution building” e sviluppo economico. E a questo si dedicarono con impegno i cinque Stati che, anche prima del conflitto, sostenevano le forze afghane in esilio e i loro tentativi di creare un’unità di intenti per liberare il Paese dai Talibani.

I settori nei quali venne diviso il compito della ricostruzione istituzionale furono dunque cinque:

(1) Lotta alla droga,agli Inglesi; (2) la riforma della polizia ai Tedeschi; (3) la riforma dell’esercito regolare agli Americani; (4) il disarmo delle milizie parallele, ovvero dei Signori della guerra, ai Giapponesi, e (5) la riforma della Giustizia agli Italiani.
Questi uffici per la maggior parte affiliati alle relative Ambasciate, ma gestiti da Capi diversi dagli Ambasciatori in loco, vennero chiamati “Leads” o guida.L’idea era infatti che essi rappresentassero punti di riferimento e di coordinamento per i contributi che anche altri donatori volessero apportare.
Era tra l’altro evidente che le attività dei Leads erano interconnesse,e che altre iniziative esterne avrebbero dovuto armonizzarsi con le linee impostate dai Leads e complementarle.

La scelta dell’Italia a favore della giustizia venne immediatamente criticata da alcuni ambienti italiani, perchè la situazione della nostra giustizia sembrava troppo problematica per consentire un’assistenza adeguata ad un Paese poverissimo, preda di anarchia, corruzione e forte disorientamento. In realtà il lavoro da fare in Afghanistan non aveva nulla a che fare con le condizioni della giustizia in Italia, mentre un elemernto fondamentale era rappresentato dal fatto che entrambi i Paesi erano di “Civil law”, ovvero lontani dalla “Common law” dei Paesi anglosassoni. Negli anni quaranta infatti, l’illuminato monarca afghano Amanullah aveva ad un certo punto deciso di importare dall’estero i codici di legge francesi, adattati all’Islam attraverso l’interpretazione egiziana e turca.

Peraltro, la più grande differenza con l’Italia era dovuta al fatto che gli istituti di diritto prominenti nel Paese erano comunque rimasti quelli della tradizione tribale,e non certo quelli “formali”. Mentre la conoscenza dei diritti umani era assolutamente carente in tutti gli ambienti.

Il Ministero degli Esteri italiano, responsabile della cooperazione allo sviluppo e quindi anche di questa iniziativa, aveva assunto questa responsabilità con qualche perplessità, sicuramente pensando alle difficoltà burocratiche che avrebbe comportato per il nostro sistema, organizzare un ufficio in pianta stabile a Kabul fuori dell’Ambasciata, trovare esperti giuridici per costituirlo ed un
coordinatore competente che conoscesse le lingue, e accettasse di vivere a Kabul. In effetti l’organizzazione non fu facile e l’Italia aprì l’ufficio di Kabul, mesi dopo che gli altri Paesi avevano cominciato a lavorare nei loro settori, con proprie strutture.

Come detto, queste strutture e i campi che amministravano, erano rimasti aperti ai contributi della Comunità internazionale e quindi ogni Paese interessato poteva suggerire leggi o interventi che a suo modo di vedere avrebbero promosso il progresso del settore. Era auspicabile che ciò avvenisse nell’ambito di un solido coordinamento, ma questo spesso non venne rispettato, e ciò creò nuovi problemi per gli Afghani e per gli stranieri volenterosi. Inoltre, tutti i Paesi responsabili dei “leads” cominciarono a riscontrare presto le enormi difficoltà di condurre una azione coerente e continua nei campi identificati non solo per lo stato da cui iniziavano (e in un paese ancora non del tutto pacificato), ma anche perchè i settori stessi erano estremamente collegati tra loro e nessuno poteva progredire senza che anche gli altri “leads” avanzassero. Infine, gli interessi dei gruppi di potere che avevano creato quello stato di instabilità nel Paese non erano destinati a scomparire nel breve periodo.

Così con i soldi ottenuti dai Giapponesi perchè depositassero le loro armi, i miliziani ne acquistavano di nuove; al posto dei Signori della guerra “disarmati” e inseriti nel contesto politico, si sostituivano sul terreno i loro luogotenenti che continuavano a tenere in vita le milizie. D’altra parte se esse fossero state realmente sciolte, si sarebbero formati subito gruppi di banditi, perchè l’economia del Paese non era e non è ancora in grado di dare lavoro ad un numero crescente di individui. Lo stesso vale per la lotta alla droga: l’insufficienza dello sviluppo economico non permette la coltivazione in terreni montuosi ed aridi di altre piante in piena sostituzione del papavero, senza che siano stati fatti grandi lavori di irrigazione ed una riforma agraria. Dunque, malgrado il forte impulso tentato dagli inglesi, la produzione di droga aveva già cominciato ad aumentare nel 2004 e l’arresto dei trafficanti si era dimostrato presto aleatorio.

Circa la sicurezza, dopo il 2005, ultimo anno di contenimento dell’insurrezione talibana nelle province meridionali del Paese, la situazione aveva mostrato segni di serio degrado già nel 2006 e da allora ha continuato a peggiorare, mentre l’esercito afghano non è ancora in grado di far fronte agli attacchi nemici da solo. Per non parlare della polizia di cui i tedeschi avevano cercato di migliorare con corsi appositi i quadri dirigenti e gli Americani il personale in genere.Ciò senza grandi successi per via della mentalità e corruzione prevalente nei ranghi, le frequenti diserzioni e il pericolo di potenziali infiltrazioni estremiste.

Quanto alla Giustizia i problemi erano molteplici.Per menzionarne solo alcuni: non esisteva più una classe di magistrati educati in Facoltà di Giurisprudenza, la nuova Costituzione era un coacervo di principi le cui fonti sono in contraddizione tra loro,provenendo dalla civil law,common law,convenzioni sui diritti umani,e prescrizioni islamiche;le leggi esistenti erano legate a diverse
Costituzioni precedenti,mai abrogate; mancavano gli avvocati;la corruzione permeava il precario sistema formale,e comunque gli Afghani non avrebbero mai avuto i mezzi per potersi rivolgere ad un tribunale e preferivano appellarsi alle shure o jirghe,strumenti tribali nelle quali avevano maggiore fiducia.Ma la cosa più grave era l’assenza generalizzata nella società e nelle istituzioni
del riconoscimento dei diritti umani fondamentali.

Ciò non ostante i Leads avviarono un processo fondamentale che più che fornire risposte,permise di comprendere quali fossero le necessità primarie, ma le difficoltà nelle quali operarono,tra le quali la continuazione del conflitto inizialmente ai margini, che impediva di fatto la mobilità dei cooperanti stranieri, e le aspettative degli Afghani e in fondo dei governi stranieri, che pensavano di avviare a soluzione problemi estremamente complessi senza un efficace coordinamento,complicarono invece di avvicinare una conclusione positiva, generando incomprensioni reciproche.

Di qui,il “superamento” dei Leads con una maggiore responsabilizzazione delle istituzioni afghane.

Europa 2020: la Commissione propone una nuova strategia economica in Europa.

mercoledì, 24 marzo 2010

Europa 2020: la Commissione propone una nuova strategia economica in Europa

La Commissione europea ha lanciato in data odierna la strategia Europa 2020 al fine di uscire dalla crisi e di preparare l’economia dell’UE per il prossimo decennio. La Commissione individua tre motori di crescita, da mettere in atto mediante azioni concrete a livello europeo e nazionale: crescita intelligente (promuovendo la conoscenza, l’innovazione, l’istruzione e la società digitale), crescita sostenibile (rendendo la nostra produzione più efficiente sotto il profilo delle risorse e rilanciando contemporaneamente la nostra competitività) e crescita inclusiva (incentivando la partecipazione al mercato del lavoro, l’acquisizione di competenze e la lotta alla povertà). Questa battaglia per la crescita e l’occupazione richiede un coinvolgimento al massimo livello politico e la mobilitazione di tutte le parti interessate in Europa. Vengono fissati cinque obiettivi da cui si evince quali sono i traguardi che l’UE dovrebbe raggiungere entro il 2020 e in base ai quali saranno valutati i progressi compiuti.

Il presidente Barroso ha dichiarato: “Europa 2020 illustra le misure che dobbiamo adottare ora e in futuro per rilanciare l’economia dell’UE. La crisi ha messo in luce questioni fondamentali e tendenze non sostenibili che non possiamo più ignorare. Il disavanzo di crescita dell’Europa sta compromettendo il nostro futuro. Dobbiamo agire con decisione per ovviare alle nostre carenze e sfruttare i nostri numerosi punti di forza. Dobbiamo costruire un nuovo modello economico basato su conoscenza, economia a basse emissioni di carbonio e alti livelli di occupazione. Questa battaglia impone di mobilitare tutte le forze presenti in Europa.”

Prima di tutto, l’Europa deve trarre insegnamenti dalla crisi economica e finanziaria mondiale. Le nostre economie sono strettamente legate fra di esse. Nessuno Stato membro può affrontare efficacemente le sfide mondiali se agisce da solo. Insieme siamo più forti. Ciò significa che per superare con successo la crisi abbiamo bisogno di uno stretto coordinamento delle politiche economiche, altrimenti potremmo andare incontro a un “decennio perso” caratterizzato da un relativo declino, da una crescita definitivamente compromessa e da livelli di disoccupazione strutturalmente elevati.

La strategia Europa 2020 delinea pertanto un quadro dell’economia di mercato sociale europea per il prossimo decennio, sulla base di tre settori prioritari strettamente connessi che si rafforzano a vicenda. Crescita intelligente, sviluppando un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, crescita sostenibile, promuovendo un’economia a basse emissioni di carbonio, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, e crescita inclusiva, promuovendo un’economia con un alto tasso di occupazione, che favorisca la coesione sociale e territoriale.

I progressi registrati verso la realizzazione di questi obiettivi saranno valutati sulla base di cinque traguardi principali rappresentativi a livello di UE, che gli Stati membri saranno invitati a tradurre in obiettivi nazionali definiti in funzione delle situazioni di partenza:

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il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;
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il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in R&S;
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i traguardi “20/20/20″ in materia di clima/energia devono essere raggiunti;
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il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve avere una laurea o un diploma; .
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20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà.

Per raggiungere questi traguardi, la Commissione propone un programma Europa 2020 che consiste in una serie di iniziative faro. Realizzare queste iniziative è una priorità comune, che richiederà interventi a tutti i livelli: organizzazioni dell’UE, Stati membri, autorità locali e regionali.

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L’Unione dell’Innovazione – riorientare la politica in materia di R&S e innovazione in funzione delle sfide principali, colmando al tempo stesso il divario tra scienza e mercato per trasformare le invenzioni in prodotti. Il brevetto comunitario, ad esempio, potrebbe far risparmiare alle imprese 289 milioni di euro all’anno.
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Youth on the move – migliorare la qualità e l’attrattiva internazionale degli istituti europei di insegnamento superiore promuovendo la mobilità di studenti e giovani professionisti. Per fare un esempio concreto, i posti vacanti in tutti gli Stati membri devono essere più accessibili in tutta Europa e le qualifiche e l’esperienza professionali devono essere debitamente riconosciute.
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Un’agenda europea del digitale – trarre vantaggi socioeconomici sostenibili da un mercato unico del digitale basato sull’internet superveloce. Nel 2013 tutti gli europei dovrebbero avere accesso all’internet ad alta velocità.
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Un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse – favorire la transizione verso un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e a basse emissioni di carbonio. L’Europa non deve perdere di vista i suoi traguardi per il 2020 in termini di produzione di energia, efficienza energetica e consumo di energia. Questo ridurrebbe di 60 miliardi di euro le importazioni di petrolio e di gas entro il 2020.
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Una politica industriale per la crescita verde – aiutare la base industriale dell’UE ad essere competitiva nel mondo post-crisi, promuovere l’imprenditoria e sviluppare nuove competenze. Questo creerebbe milioni di nuovi posti di lavoro.
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Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro – porre le basi della modernizzazione dei mercati del lavoro onde aumentare i livelli di occupazione e garantire la sostenibilità dei nostri modelli sociali a mano a mano che i figli del baby boom andranno in pensione e
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Piattaforma europea contro la povertà – garantire coesione economica, sociale e territoriale aiutando i poveri e le persone socialmente escluse e consentendo loro di svolgere un ruolo attivo nella società.

La natura ambiziosa di Europa 2020 presuppone un livello più elevato di leadership e di responsabilità. La Commissione invita i capi di Stato e di governo ed assumere la titolarità di questa nuova strategia e ad approvarla in occasione del Consiglio europeo di primavera. Occorre inoltre potenziare il ruolo del Parlamento europeo.

I metodi di governance saranno rafforzati affinché gli impegni vengano tradotti in azioni concrete in loco. La Commissione monitorerà i progressi. Le relazioni e le valutazioni nell’ambito di Europa 2020 e del patto di stabilità e crescita saranno elaborate contemporaneamente (pur rimanendo strumenti distinti) per migliorare la coerenza. In tal modo, le due strategie potranno perseguire obiettivi analoghi in materia di riforme pur rimanendo due strumenti separati.

Per approfondimenti:

* The Commission Proposal
* Overview of the strateg
* Europe 2020 Timeline
* Europe 2020 architecture

Questo articolo è stato preso da : http://ec.europa.eu/eu2020/

Tag: Commissione europea, Europa, nuova strategia economica