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MEDITERRANEO – L’esplosione delle Società Arabe: rischi e opportunità 01/03/2011

lunedì, 7 marzo 2011
Come evitare un ´rattrappimento baltico´ di Gianni De Michelis – Pubblicato da “Formiche” il 01/03/2011

I recenti avvenimenti hanno messo in discussione la concezione europea della struttura e la dinamica politica e sociale di questi Paesi. Il processo di trasformazione è solo all´inizio e questo aumenta l´importanza di quello che potrebbe fare l´Europa.
I recenti avvenimenti in Tunisia e in Egitto, che si stanno espandendo a tutta la regione, sollecita una riflessione sulla situazione attuale e sui possibili scenari futuri dell´area mediorientale e mediterranea.
I mutamenti in atto, conseguenti soprattutto all´aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, in particolare dei prodotti alimentari, si sono caratterizzati per una sorprendente rapidità evolutiva, imputabile principalmente ai mezzi di comunicazione, che ne ha reso difficile la gestione sia dal punto di vista politico che istituzionale.
Considerando che il processo di trasformazione è solo all´inizio, si rende necessario rivedere la nostra concezione sulla struttura e sulla dinamica politica e sociale di questi Paesi in vista delle azioni da intraprendere.
Il punto di partenza è la strategicità per l´Europa della scelta mediterranea, diventata ancor più centrale nello scenario successivo alla fine della Guerra fredda. Il passaggio dal contesto della Guerra fredda al nuovo assetto ha, infatti, comportato un cambiamento della situazione mondiale. In quel periodo il mantenimento dello status quo vigente poteva funzionare e, di fatto, ha poi funzionato. La fine di questo contesto ha però portato ad un capovolgimento e la strada dello status quo potrebbe rivelarsi l´opzione peggiore, anche se poi, nella realtà, si è seguita la regola “keeping the status quo”, soprattutto da parte dell´amministrazione degli Stati Uniti, in particolare riguardo alle posizioni nei confronti del conflitto israeliano-palestinese.
La politica americana, colta di sorpresa l´11 settembre 2001 dall´azione di al-Qaeda che, comunque, va ricordato, rappresenta solo una minoranza limitatissima nel mondo islamico, non ha permesso di capire fino in fondo quali fossero le nuove regole del gioco. Lo testimonia l´analisi che ha portato il presidente Obama all´inizio del suo mandato a giudicare giusta la guerra in Afghanistan e fallimentare quella in Iraq e, l´evoluzione democratica nel mondo arabo, rende utile un ripensamento sulla politica estera di Bush.
Il problema è capire come reagire e quali azioni intraprendere per aiutare l´evoluzione di questi Paesi verso una maggiore democrazia, come creare le condizioni per una convergenza, evitando i rischi di una divergenza e di una conflittualità.
Sicuramente la scelta mediterranea è la scelta prima dell´Europa e dell´Italia, necessaria per un ruolo non marginale nella nuova configurazione politica ed economica dello scenario internazionale. A partire, poi, da una riflessione per comprendere le ragioni del fallimento sia del processo di Barcellona che dell´Unione per il Mediterraneo, l´Europa, che si è limitata ad un comunicato ufficiale molto debole sulle auspicabili iniziative da intraprendere, deve accettare il rischio del cambiamento in atto nel Mediterraneo e creare, per quanto possibile, dall´esterno, le condizioni che permettano alle dinamiche politiche di manifestarsi e tenendo ben presenti le conseguenze, prima fra tutte quella di uno scontro molto forte con la leadership israeliana attuale, soprattutto da parte dei Paesi tradizionalmente ad essa “amici”.
Concretamente l´Europa dovrebbe rinegoziare l´Unione per il Mediterraneo, capirne il limite nella sua unilateralità seguendo la strada di un negoziato formale e paritario con i Paesi della sponda sud.
Una Cscm per il Mediterraneo che, sulla base dello stesso schema seguito in Europa dalla Csce, dia avvio ad un negoziato, in cui ogni attore ponga le proprie istanze, una conferenza con i capi di governo in cui si affrontino i problemi politici, economici e della sicurezza. Un contributo può essere inoltre reso con aiuti alimentari, tangibili ed immediati, per controllare un´esplosione sociale che potrebbe rivelarsi terreno fertile per l´islamismo radicale.
L´altra sfida da cogliere è quella dell´occupazione: 30 milioni di posti di lavoro da creare in Paesi con una forte crescita demografica e una mancanza di mobilità sociale. Si tratta di una questione di governance strategica che accomuna, con le dovute differenze, entrambe le sponde del Mediterraneo.
L´Europa deve poi superare la paura del terrorismo che nella scena politica araba rappresenta al massimo l´1% e supportare la presenza di partiti politici organizzati, base per la definizione di un modello democratico.
Al contrario, il rischio è di essere sopraffatti da forze che porteranno l´evoluzione di queste trasformazioni verso il conflitto. Ciò implica il superamento delle tradizionali politiche dei singoli Paesi europei affinché tutti si sentano più Mediterranei, a partire dalla Germania. Una tale posizione europea può trovare un´intesa con l´Amministrazione Obama e, soprattutto, rappresenta l´unica opzione possibile per il nostro Paese.
La crisi attuale può dunque rivelarsi un´opportunità soprattutto per il contesto Euro-Mediterraneo ma occorre individuare il modo di regolare il processo e contribuire a fissarne le linee guida, consapevoli dei prezzi che siamo disposti a pagare: cooperazione economica; creazione di un framework di sicurezza in cui inserire la questione di Israele; spinta decisiva ed irreversibile verso una soluzione del conflitto israeliano-palestinese, facendo leva anche sulla disponibilità di larga parte degli israeliani.
Se saremo portatori di questo “dare”, potremo pretendere un “avere” da parte dei Paesi arabi nell´accettazione di un supporto verso una transizione. In questo senso il governo italiano dovrà premere in sede europea.
Se il negoziato non sarà percepito come paritario, l´alternativa sarà inevitabilmente quella che io definisco del “rattrappimento baltico” e l´evoluzione di queste trasformazioni prenderà la via sbagliata del conflitto anziché quella del compromesso.

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Un atto di coraggio per la guida dell’Ue

lunedì, 16 novembre 2009

UeFederico Eichberg
14/11/2009

Fra una settimana l’Europa avrà un numero di telefono. Che potranno chiamare non solo i prim’attori della scena internazionale (rispondendo alla ben nota domanda di Henry Kissinger) ma anche i comuni cittadini. Infatti a palazzo Justus Lipsius, a Bruxelles, tutto è pronto per l’insediamento delle figure previste dal trattato di Lisbona. Il dibattito sembra indirizzato verso la scelta di un Mr. Pesc (Alto Rappresentante e Vice Presidente della Commissione) espressione della famiglia socialista europea, mentre ai popolari toccherebbe la carica di presidente “stabile” del Consiglio.

Il primo nome ha in un primo momento ricalcato un cliché che vede i britannici “azionisti di maggioranza” della politica estera Ue (dal barone Christopher Soames, fino a Chris Patten e al duo Mandelson/Ashton). Da più parti si è fatto il nome di David Wright Miliband, attuale Ministro degli esteri di Sua Maestà per l’incarico di Alto Rappresentante. Un singolare tira e molla in casa labour ha in realtà logorato Miliband, portando a un nulla di fatto. È in quel momento che ha preso corpo la candidatura di Massimo D’Alema, forte di un appoggio trasparente e trasversale, conquistato negli anni spesi a Palazzo Chigi ed alla Farnesina.

Agli apprezzamenti espressi sul contenuto delle sue azioni internazionali occorre qui aggiungere anche una virtù di grande importanza in sede Ue, ovvero la capacità di creare consenso attorno alle proposte, quella che in termini tecnici si chiama “leadership”. In questo senso Massimo D’Alema, nel periodo in cui ha operato quale capo della diplomazia italiana, ha dimostrato di saper coagulare attorno ad opzioni e proposte un notevole consenso: basti pensare all’approvazione della risoluzione per la moratoria contro la pena di morte in ambito Onu e all’elezione di Giampaolo Di Paola a Presidente del Comitato Militare della Nato. Bene ha fatto in tal senso il governo italiano a ribadire l’appoggio per la sua candidatura e a creare le condizioni perché vi fosse un consenso trasversale alle famiglie politiche italiane ed europee.

Ora appare singolare che accanto ad un nome di prestigio e “peso/Paese” si facciano avanti, in seno alla famiglia popolare, proposte per il presidente permanente del Consiglio che godono per certo di minore esperienza internazionale (come il premier belga Herman Van Rompuy) o di decisamente minore “peso/Paese” (come il primo ministro lussemburghese Claude Junker). Con il rischio, ricordato da Stefano Silvestri, che si crei una “quadriga” a capo dell’Unione (Presidente del Consiglio stabile, presidente del Consiglio “semestrale”, presidente della Commissione, Mr. Pesc) . Questo rischio diventa ancor più evidente se si considera che il presidente “stabile” è in realtà presidente del Consiglio europeo, quindi un’istituzione che si riunisce molto meno frequentemente dei consigli tematici e, ovviamente, del Collegio dei Commissari.

Oggi la famiglia popolare può e deve rompere questi equilibri con un atto di coraggio e d’amore verso l’Europa. Oggi – ad un lustro dall’allargamento e dopo 10 anni di tentativi di riforma istituzionale – la priorità deve essere il funzionamento delle istituzioni e il peso politico dell’Unione (quindi anche e soprattutto di chi la rappresenta ai vertici). Si potrebbe quindi affermare un principio innovativo, che i trattati non escludono: fondere la carica di Presidente della Commissione con quella di Presidente “stabile” del Consiglio. L’attuale presidente della Commissione europea, Manuel Durao Barroso, ha realizzato significative riforme, ma, nel complesso, la sua Commissione ha mostrato su numerosi dossier più di un’esitazione, con il risultato che si è avuto un reciproco “scaricabarile” di responsabilità fra le due istituzioni di Rondpoint Schumann. E, soprattutto, con il risultato di immobilizzare un’Unione intenta a rimpallarsi responsabilità, facendo così perdere credibilità alle istituzioni.

Far sì che il Presidente “stabile” del Consiglio sia anche presidente della Commissione sgombrerebbe il campo dai reciproci alibi. Significherebbe scommettere sul rilancio dell’’Europa. E pensare al suo futuro.

Federico Eichberg è dirigente di gabinetto del Ministero dello sviluppo economico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondazione Farefuturo.

Vedi anche:

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga

Leo Giunti: Cosa pensano i candidati britannici ai vertici dell’Ue?

L’Africa nuovo protagonista. Dalle aspettative della decolonizzazione alla complessità della globalizzazione

venerdì, 20 marzo 2009

Conferenza internazionale

Immagine AFRICA CONF

Istituto Diplomatico “Mario Toscano” Villa Madama
Via di Villa Madama, 250 Roma
Venerdì, 20 marzo 2009

Nella storia dell’Africa c’è una parte anche della nostra storia e conoscere la prima può aiutarci a inquadrare in modo più efficace i rapporti dell’Italia con il Continente e le sue scelte politiche nella prospettiva della pace, della convivenza e della solidarietà internazionale. L’Africa sta uscendo dalla fase più critica della transizione, ma attraversa ancora un periodo difficile di assestamento e di coesione sia interna che regionale. La nascita dell’Unione Africana è di per sé il segno di un approccio più compiuto alle scadenze e alle responsabilità del mondo globale. Tale approccio si è manifestato, tra l’altro, nella creazione, in seno all’Unione stessa, di istituzioni specifiche che mirano al conseguimento della pace, della sicurezza e della garanzia dei diritti quali premesse imprescindibili per il suo sviluppo.

In questo contesto, ci sono tutte le condizioni affinché l’Italia intraprenda una politica più attiva verso il Continente africano, facendosi promotrice di iniziative concrete di sviluppo e di pace, non soltanto in quanto Stato nazionale e membro dell’Unione Europea, ma anche alla luce della Presidenza italiana del G8. Vi è il bisogno di interrogarsi sul modo migliore di interagire con l’Africa e i singoli paesi africani all’inizio del terzo millennio, studiando i vari aspetti di una politica che coinvolge le istituzioni politiche, gli attori economici e imprenditoriali, la società e il mondo della cultura e dei mezzi di comunicazione.

L’Italia partecipa all’impegno multilaterale in sede G8 che, a partire dal Vertice di Genova del 2001 a Presidenza italiana, si è assunto il compito di approfondire le relazioni con alcuni rappresentanti degli Stati africani invitati a partecipare a lato dei Vertici. Oltre alle tematiche discusse durante il Vertice di Gleanagles del luglio 2005 riguardanti la cancellazione del debito multilaterale per alcuni paesi africani e l’individuazione di otto campi di azione prioritaria – pace e sicurezza, governance, commercio e investimenti, debito, educazione, sanità, agricoltura e risorse idriche, infrastrutture di base – il più recente Vertice a Presidenza tedesca ha messo l’accento sull’importanza di un approccio condiviso tra le economie avanzate e quelle africane emergenti al fine di affrontare le sfide della globalizzazione. Nel 2009, in occasione della Presidenza italiana del G8, il nostro paese intende portare avanti con alcune iniziative concrete quanto già condiviso nel corso degli incontri internazionali precedenti, in particolare per ciò che concerne i temi della pace e della partecipazione, responsabilità, democrazia e giustizia, sviluppando una partnership strategica con le istituzioni dell’Unione Africana.

L’IPALMO, Istituto che ha già realizzato, nel tempo, diverse iniziative volte al consolidamento della governance, della capacity building e della partecipazione della società civile, nelle sue diverse componenti, allo sviluppo del Continente africano, organizza una Conferenza internazionale dal titolo “L’Africa nuovo protagonista. Dalle aspettative della decolonizzazione alla complessità della globalizzazione”, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri italiano.

L’obiettivo è quello di contribuire al processo di transizione attraverso un’attenta riflessione sulle strategie di sviluppo politico ed economico in Africa con la consapevolezza che una migliore conoscenza del Continente, in una prospettiva storica che prenda in considerazione anche le pregresse esperienze di incontro e scontro tra il nostro paese e l’Africa, significa anche una politica italiana più pronta a cogliere ed assecondare le sfide che il Continente africano sta affrontando in un contesto nel quale la dimensione multilaterale può risultare decisiva. Per questo motivo, la partecipazione di un rappresentante dell’Unione Africana a questa Conferenza permetterà di stabilire un rapporto diretto tra l’Unione e l’Italia e l’IPALMO in particolare, che potrà costituire il punto da cui partire per ulteriori iniziative che il nostro Paese vorrà e potrà intraprendere nei confronti dell’Africa.

L’iniziativa si terrà a Roma il 20 marzo 2009 e sarà articolata in due sessioni. La prima sessione, coordinata dal presidente dell’IPALMO, on.le Gianni De Michelis, sarà costituita da alcune relazioni volte a riconsiderare i problemi con cui l’Africa ha dovuto misurarsi dal momento dell’indipendenza nazionale e l’evoluzione delle istituzioni dei vari paesi africani, dell’economia e della società, con particolare riguardo alla sua collocazione internazionale e ai rapporti con l’Italia. Marcelino Dos Santos, esponente autorevole della politica africana, aprirà la discussione con una “lectio magistralis”. Seguirà una relazione sul rapporto tra Italia e Corno d’Africa, un’area che conserva un valore prioritario per la nostra politica verso il Continente. Due autorevoli docenti italiani parleranno, poi, della storia, della politica e dell’economia dell’Africa, identificandone le specificità non ovviabili affinché l’Africa partecipi con pienezza alla nuova fase della politica mondiale.

La seconda sessione sarà dedicata ad una tavola rotonda, coordinata dal Ministro Giuseppe Morabito, Direttore Generale della Direzione per i paesi dell’Africa Subsahariana del Ministero degli Affari Esteri, centrata su come l’Italia, sulla base delle esperienze del passato e tenendo conto delle nuove condizioni internazionali, si propone di rilanciare le relazioni con l’Africa. L’ideale tavola rotonda vedrà la partecipazione di diversi protagonisti della politica italiana: esponenti del mondo accademico, della Commissione Europea, di organizzazioni sindacali, organizzazioni non-governative e operatori politici e culturali. Chiuderanno i lavori gli interventi di un’alta personalità istituzionale africana e del Ministero degli Affari Esteri italiano.

PROGRAMMA:

9.00 – 9.30 Registrazione dei partecipanti

9.30 – 10.00 Indirizzi di saluto

Gianni De Michelis, presidente dell’IPALMO, parlamentare Europeo, già ministro degli Affari Esteri

Giuseppe Morabito, direttore generale per i Paesi dell’Africa sub-sahariana, Ministero degli Affari Esteri

10.00 – 11.00 Coordina: Gianni De Michelis

I problemi dello Stato, della società e dell’economia
Gian Paolo Calchi Novati, professore dell’Università di Pavia

Problemi e prospettive dell’economia dell’Africa sub-sahariana
Franco Volpi, professore dell’Università di Firenze

Il Corno d’Africa come possibile priorità
Uoldelul Chelati Dirar, professore dell’Università di Macerata

11.00 – 11.15 Coffee break

11.15 – 13.00 Tavola Rotonda: Una politica africana per l’Italia e l’Europa

Coordina: Giuseppe Morabito

Intervengono:

Anna Bono, professoressa dell’Università di Torino

Tullia Carrettoni, presidente onorario dell’ISIAO, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente

Philippe Darmuzey, capo Unità Pan-African Issues and Institutions, Governance and Migration, DG Development and relations with ACP States, Commissione Europea

Giorgio Giacomelli, già direttore del Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e ex vice segretario generale dell’ONU

Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari Esteri e inviato speciale in Somalia, esperto italiano per l’iniziata sul peace-keeping del G8

Nino Sergi, segretario generale di INTERSOS

Massimo Tommasoli, osservatore permanente all’ONU per International IDEA – Institute for Democracy and Electoral Assistance

13.00 – 13.30 Conclusioni

Jean Pierre Onvehoun Ezin, commissario alle Risorse Umane, Scienza e Tecnologia della Commissione dell’Unione Africana

Alfredo Mantica, sottosegretario agli Affari Esteri