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Un atto di coraggio per la guida dell’Ue

lunedì, 16 novembre 2009

UeFederico Eichberg
14/11/2009

Fra una settimana l’Europa avrà un numero di telefono. Che potranno chiamare non solo i prim’attori della scena internazionale (rispondendo alla ben nota domanda di Henry Kissinger) ma anche i comuni cittadini. Infatti a palazzo Justus Lipsius, a Bruxelles, tutto è pronto per l’insediamento delle figure previste dal trattato di Lisbona. Il dibattito sembra indirizzato verso la scelta di un Mr. Pesc (Alto Rappresentante e Vice Presidente della Commissione) espressione della famiglia socialista europea, mentre ai popolari toccherebbe la carica di presidente “stabile” del Consiglio.

Il primo nome ha in un primo momento ricalcato un cliché che vede i britannici “azionisti di maggioranza” della politica estera Ue (dal barone Christopher Soames, fino a Chris Patten e al duo Mandelson/Ashton). Da più parti si è fatto il nome di David Wright Miliband, attuale Ministro degli esteri di Sua Maestà per l’incarico di Alto Rappresentante. Un singolare tira e molla in casa labour ha in realtà logorato Miliband, portando a un nulla di fatto. È in quel momento che ha preso corpo la candidatura di Massimo D’Alema, forte di un appoggio trasparente e trasversale, conquistato negli anni spesi a Palazzo Chigi ed alla Farnesina.

Agli apprezzamenti espressi sul contenuto delle sue azioni internazionali occorre qui aggiungere anche una virtù di grande importanza in sede Ue, ovvero la capacità di creare consenso attorno alle proposte, quella che in termini tecnici si chiama “leadership”. In questo senso Massimo D’Alema, nel periodo in cui ha operato quale capo della diplomazia italiana, ha dimostrato di saper coagulare attorno ad opzioni e proposte un notevole consenso: basti pensare all’approvazione della risoluzione per la moratoria contro la pena di morte in ambito Onu e all’elezione di Giampaolo Di Paola a Presidente del Comitato Militare della Nato. Bene ha fatto in tal senso il governo italiano a ribadire l’appoggio per la sua candidatura e a creare le condizioni perché vi fosse un consenso trasversale alle famiglie politiche italiane ed europee.

Ora appare singolare che accanto ad un nome di prestigio e “peso/Paese” si facciano avanti, in seno alla famiglia popolare, proposte per il presidente permanente del Consiglio che godono per certo di minore esperienza internazionale (come il premier belga Herman Van Rompuy) o di decisamente minore “peso/Paese” (come il primo ministro lussemburghese Claude Junker). Con il rischio, ricordato da Stefano Silvestri, che si crei una “quadriga” a capo dell’Unione (Presidente del Consiglio stabile, presidente del Consiglio “semestrale”, presidente della Commissione, Mr. Pesc) . Questo rischio diventa ancor più evidente se si considera che il presidente “stabile” è in realtà presidente del Consiglio europeo, quindi un’istituzione che si riunisce molto meno frequentemente dei consigli tematici e, ovviamente, del Collegio dei Commissari.

Oggi la famiglia popolare può e deve rompere questi equilibri con un atto di coraggio e d’amore verso l’Europa. Oggi – ad un lustro dall’allargamento e dopo 10 anni di tentativi di riforma istituzionale – la priorità deve essere il funzionamento delle istituzioni e il peso politico dell’Unione (quindi anche e soprattutto di chi la rappresenta ai vertici). Si potrebbe quindi affermare un principio innovativo, che i trattati non escludono: fondere la carica di Presidente della Commissione con quella di Presidente “stabile” del Consiglio. L’attuale presidente della Commissione europea, Manuel Durao Barroso, ha realizzato significative riforme, ma, nel complesso, la sua Commissione ha mostrato su numerosi dossier più di un’esitazione, con il risultato che si è avuto un reciproco “scaricabarile” di responsabilità fra le due istituzioni di Rondpoint Schumann. E, soprattutto, con il risultato di immobilizzare un’Unione intenta a rimpallarsi responsabilità, facendo così perdere credibilità alle istituzioni.

Far sì che il Presidente “stabile” del Consiglio sia anche presidente della Commissione sgombrerebbe il campo dai reciproci alibi. Significherebbe scommettere sul rilancio dell’’Europa. E pensare al suo futuro.

Federico Eichberg è dirigente di gabinetto del Ministero dello sviluppo economico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondazione Farefuturo.

Vedi anche:

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga

Leo Giunti: Cosa pensano i candidati britannici ai vertici dell’Ue?